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Economics, Politics, Italy

I guai di Siemens

Siemens AG dovrà pagare una maxi multa da 800 milioni di dollari, divisi fra il dipartimento di Giustizia americano e la SEC. La decisione, decretata dalla Corte di Giustizia del Distretto di Columbia, conclude un dibattimento lungo anni, a causa di posizioni assunte dalla maggiore compagnia ingegneristica europea. L’accusa era quella di aver illegalmente utilizzato fondi societari al fine di vincere appalti per contratti stranieri. Alla fine delle indagini, iniziate nel novembre 2006, si è avuto un riscontro reale sulle cifre in gioco, circa 1,3 miliardi di euro, dirottati per acquisire numerose forniture in una dozzina di nazioni.
Gli appalti incriminati riguardano gli apparati telefonici mobili in Bangladesh, il sistema di controllo del traffico in Russia, numerosi stabilimenti in Israele e una rete di trasporti in Venezuela. Una vicenda che ha portato alle dimissioni di buona parte dei vertici della società tedesca, fra cui il presidente Heinrich Von Piere ed il direttore generale Klaus Kleinfel. Gli attuali dirigenti hanno commentato con schiettezza la decisione d’oltreoceano: «Stiamo cercando una conclusione veloce della questione, sono ottimista» sono state le uniche parole pronunciate a Bloomberg da Peter Loescher, amministratore delegato del colosso europeo, prima della sanzione. Sono infatti oltre trecento i dipendenti di Siemens coinvolti nello scandalo, che secondo il procuratore Usa Jeffrey Taylor, ha visto la creazione di un «vero e proprio modello di gestione degli appalti attraverso la corruzione dei funzionari coinvolti nelle gare». E tale comportamento non è passato inosservato. Gli 800 milioni di dollari rappresentano la più alta sanzione statunitense verso un’impresa straniera.
La multa sarà suddivisa in 450 milioni di dollari al Dipartimento di Giustizia e 250 alla SEC, l’organismo di controllo della Borsa americana. Un duro colpo per Siemens, dopo le numerose perdite della divisione mobile ed il conseguente ritiro dal mercato della telefonia cellulare. Il portavoce del gruppo, Marc Lagendorf, ha rassicurato gli investitori, confermando le indiscrezioni riguardanti l’accantonamento di liquidità in un fondo per pagare la sanzione. Tale fondo, con una dotazione di un miliardo di dollari, servirà a ripianare la multa americana, ma anche quella commisurata dal governo tedesco, quest’ultima nell’ordine di 200 milioni di euro.
Alla luce della crisi economico-finanziaria, Siemens dovrà far fronte ad un nuovo capitolo della propria storia, che si unisce ad una congiuntura non certo favorevole.

Da Il Riformista del 16 Dicembre 2008

December 17, 2008 Posted by FG | Business, Europe | | No Comments

Mr. Nasdaq fa tremare anche le banche italiane

Bernard Madoff, ex presidente di Nasdaq, rischia di peggiorare una crisi che già è stata ribattezzata come la peggiore dal 1987. Gli hedge fund gestiti da Madoff hanno provocato perdite per oltre 50 miliardi di dollari, gettando pesantissime ombre sui bilanci delle maggiori banche e facendo crollare le borse mondiali. Dopo la crisi subprime, quella delle commodities, del petrolio e del settore automotive, una nuova scure si sta per abbattere sull’economia mondiale.
Il soggetto più coinvolto è il Fairfield Greenwich Group (7, 52 miliardi di dollari), seguito a ruota da altre società finanziarie, fra cui il fondo Optimal di Santander, prima banca spagnola e fra i colossi del credito europeo, con numerose filiali anche in Italia. Le perdite stimate degli spagnoli sono nell’ordine dei 2,5 miliardi di euro. Santander, che gestisce anche il mercato del credito al consumo con Finconsumo, non ha commentato ufficialmente la notizia derivante da oltreoceano. Tutto lascia immaginare che il silenzio sia il preludio a stime ben peggiori di quelle rilasciate ai giornalisti. Infatti è il mondo degli istituti di credito quello ad accusare i colpi peggiori: BNP Paribas valuta un’esposizione per 450 milioni di euro (tramite Natixis), Royal Bank of Scotland per oltre 440 milioni, i nipponici di Nomura per 302 milioni, BBVA per 300, Société Générale per 100, la nostra UniCredit per 75 milioni.
Anche il colosso bancario HSBC accusa il colpo, stimando un’esposizione per oltre un miliardo di dollari. Ma sono tante altri i soggetti implicati in un crack che riporta drammaticamente alla luce il default del fondo hedge Long Term Capital Management (LCTM) che il 23 settembre 1998 ha fatto tremare la maggioranza della finanza mondiale. In effetti, quello che è successo con Madoff Investment ha qualcosa di molto vicino a LCTM. Entrambi i fondi hanno racimolato impressionanti quote da investitori istituzionali, esponendoli poi a speculazioni senza precedenti per rientrare delle perdite patite con la crisi del mercato immobiliare nell’agosto 2007. Alla fine, tutti i nodi vengono al pettine, in quanto nei mesi scorsi la società Maxam ha richiesto a Madoff LLC la restituzione di un debito per 30 milioni di euro, a cui ha fatto seguito il crollo del castello di carte creato negli anni. Subito si è pensato che fossero coinvolti solamente i grandi investitori, data la tipologia del fondo, ma secondo un’analisi più approfondita è emerso che il sistema alla base dell’hedge fund si componeva anche i piccoli risparmiatori, anch’essi a rischio.
L’ipotesi più accreditata è quella di un crollo sistemico degli hedge fund, secondo numerosi analisti di Bloomberg. A tal proposito, gli organismi di sorveglianza si sono mossi tempestivamente, nonostante i giorni di festa. Un esempio è la Consob che, già domenica, ha avviato indagini su SGR ed intermediari finanziari operanti a Palazzo Mezzanotte. I primi nomi celebri sono quelli di Aletti Gestielle Alternative e Pioneer Investment, primari gestori di fondi sul mercato finanziario italiano. Ma l’esposizione del nostro paese deve ancora essere quantificata, dal momento in cui l’indagine di Consob è da considerarsi informale. Le farà seguito una serie di controlli a tappeto per stimare in che misura le SGR nostrane siano state coinvolte nel crack Madoff.
In Italia, UniCredit e Banca Popolare hanno lasciato intendere che i propri bilanci subiranno dei notevoli ridimensionamenti, anche se in misura minore rispetto agli altri paesi. Il vero problema è che attualmente è quasi impossibile effettuare delle verifiche complete delle esposizioni, dato che giungono voci nuove ogni ora, data la grande diffusione dei fondi gestiti da Madoff Investment nel mondo. Un crollo che fa comprendere quanto sia ampio il mutamento di un certo modello di finanza.
La fine degli hedge fund? Forse no, ma quello che è certo è che un colpo da 50 miliardi di dollari farà ridimensionare notevolmente un settore che, secondo alcuni, ha vissuto senza regole per troppo tempo. Il problema è che, anche in questo caso, si sceglierà di dare la colpa al primo che capita sottomano, assumendo la decisione più facile, più veloce, ma anche più sbagliata.

Da L’Occidentale del 15 Dicembre 2008

December 16, 2008 Posted by FG | Business, Economics, World | | No Comments

In 320mila rischiano la pensione a causa di GM

Il Senato americano ha detto no. Nessun salvataggio per le Big Three, che chiedevano l´apertura di linee di credito per poter far fronte alla crisi di liquiditá che potrebbe non farle arrivare fino all´epifania. Nella discussione preparatoria che avrebbe dovuto portare il voto in aula, non é stato raggiunto il quorum, 60 voti, condannando di fatto General Motors, Chrysler e Ford ad una possibile soluzione negativa.
Il nodo in cui tutto si é bloccato, portando alla drammatica situazione, é stato quello inerente all´armonizzazione dei salari delle tre case automobilistiche al livello dei concorrenti, in particolar modo quello nipponici, quali Toyota e Nissan. Su questo punto, spinto dai Repubblicani, si é trovata l´opposizione dei Democratici che non volevano far calare il livello salariale dei dipendenti del settore automotive prima del 2011. La proposta repubblicana prevedeva, infatti, un sostenuto ed immediato calo del costo medio orario, dai settanta dollari odierni a meno di cinquanta, per un maggior indice di produttivitá. A giovarne sarebbe stata la competizione fra le Big Three ed gli altri soggetti del resto del mondo. Il tentativo peró é naugrafato, visto che nessuno dei due gruppi politici voleva mollare la presa. Dei 60 voti necessari, ne sono stati raccolti solo 52 ed i costruttori che detengono la quota di maggioranza del mercato automobilistico statunitense hanno visto sfumare le loro speranze.
Harry Reid, capogruppo al Senato per i Democratici, ha affermato ai microfoni di CNBC che «Ogni speranza ormai é vana, l´azienda dell´auto statunitense é finita, prima di gennaio non potremo far nulla». In effetti, gli scenari che si possono aprire sono molteplici, ma tutti estremamente critici. Come ricordato da Reid, prima del prossimo gennaio non vi é la possibilitá che i famosi 14 miliardi di dollari, necessari per traghettare GM e Chrysler fuori dalla crisi, possano essere elargiti dal Congresso. Non si tratta di un mero problema di ricerca fondi in quanto, nonostante le richieste incessanti, l´iniezione di liquiditá non giungerebbe dal Troubled Asset Relief Program (TARP) varato da Henry Paulson, bensí dal Term Asset Backed Securities Loan Facilities (TALF), il piano per il credito al consumo della Federal Reserve. Ma vi é anche chi ipotizza una soluzione utilizzando i fondi del recente piano di incentivi ambientali contro il global warming. Un´altra opzione, meno caldeggiata, é rappresentata dall´istituzione di un nuovo fondo federale, esclusivamente a sostegno del settore degli autoveicoli.
I problemi principali sono due, entrambi correlati: da una parte vi sono tre case automobilistiche in corsa verso l´amministrazione controllata, dall´altra un mercato del lavoro in crisi e, di riflesso, quello previdenziale. In merito al primo punto, lo scenario puó vedere un´iscrizione di Chrysler e General Motors al Chapter 11 del Bankruptcy US Code entro gennaio, come dimostra la consulenza appena avviata da GM con lo studio legale Weil Gotshal & Manges. Ford, dal canto suo, naviga in acque meno tempestose, dato che la sua richiesta di bailout sará avanzata solo nel caso il clima recessivo peggiori. Il secondo punto, quello piú spinoso, riguarda i fondi pensione collegati alle stesse GM e Chrysler. Il rosso registrato da quello di GM per il bilancio 2007 era di 39 miliardi di dollari e le prospettive per il futuro sono ancora peggiori, dato che negli ultimi 14 anni il fondo é costato alla casa madre qualcosa come 98 miliardi. Un default di tal caratura porterebbe oltre 320mila persone (i dipendenti di GM) a ritrovarsi con molti punti interrogativi in merito alla propria pensione. Ma il crollo comporterebbe anche un notevole stallo del sistema assistenziale americano, cosa che peraltro sta giá accadendo: Boeing e Random House hanno bloccato i pagamenti contributivi ai loro fondi, palesando lo spettro che per coloro che entrano solo ora nel mercato del lavoro non vi sia copertura previdenziale. Tutto questo senza contare i piccoli risparmiatori che hanno creduto ed investito nel gruppo di Richard Wagoner.
Dopo le incertezze iniziali legate ai subprime, il Congresso continua a tentennare, rischiando quindi di peggiorar ulteriormente un´economia giá in ginocchio.

Da Il Riformista del 13 Dicembre 2008

December 14, 2008 Posted by FG | Business, Economics, World | | No Comments

Salvare GM ed il suo fondo

General Motors arranca sempre più, gettando pesanti ombre sul futuro del fondo pensione ad essa collegata. Le agenzie di rating, tanto criticate, stanno tagliando i valori della casa automobilistica di Detroit: Moody’s e Standard & Poor’s rappresentano l’esempio di questa tendenza, confermando la situazione disastrata del gruppo.
Il fondo di Gm, che si occupa di pensioni, assistenza sanitaria e previdenza sociale, nel 2007 ha chiuso il bilancio con un deficit registrato in 39 miliardi di dollari, frutto di obbligazioni emesse per 170 miliardi, necessari per finanziare le attività del fondo stesso. La composizione comprende un corposo pacchetto azionario, sia per la gestione prettamente americana, sia per quella nel resto del mondo. Nel portafoglio del fondo sono presenti anche azioni di società immobiliari, colpite dalla crisi subprime. Ad essere coinvolti vi sono più di 250mila dipendenti del gruppo, ma un default del fondo creerebbe uno scompenso economico, soprattutto in termini di ammortizzatori sociali, che sarebbe un colpo durissimo per un’economia stanca e dissestata come quella statunitense. Un onere pesantissimo, che costringe necessariamente il Congresso a riflettere attentamente sulle mosse di sostegno delle società. Un aiuto sarebbe sbagliato oppure no? Sostenere il mercato interno, in un’ottica meramente teorica, favorendo la ripresa delle imprese autoctone non è errato in questo frangente. Ma esiste anche la realtà, rappresentata dal libero mercato e dalla concorrenza. L’importante, ora, è sia far ripartire il settore automotive, sia evitare che il tracollo di talune società possa ripercuotersi tragicamente sulla collettività.
La comunità economica di buona parte del mondo cerca forzatamente di trovare un’analogia fra gli aiuti di stato per il mercato automotive statunitense e per quello europeo. La forzatura sta nel fatto che troppo spesso ci si dimentica cosa c’è dietro alle fattispecie. Prendendo ad esempio GM, è quasi suggestivo far notare come dietro all’insegna del gruppo di Richard Wagoner vi sia un sistema che comprende milioni di persone, proprio il fondo pensione di cui sopra. Secondo l’opionione del Prof. Giuseppe Bracco, ordinario di Storia Economica alla Facoltà di Economia a Torino, è fuoriluogo cercare dei parallelismi fra i possibili aiuti a GM ed a Fiat, se ne avesse bisogno. «Come si può pensare che gli Usa facciano fallire General Motors? Sono troppi gli interessi sociali che sono vincolati ad essa, primo fra tutti il problema delle pensioni» ricorda Bracco, che aggiunge che «il sistema di aiuti però dev’essere elargito in base ad un piano industriale che sappia riportar coi piedi per terra numerosi top manager». Certamente, come ha detto anche il numero uno di Fiat Group, Sergio Marchionne: «Gli aiuti di stato o sono per tutti o sono per nessuno», adducendo come motivazione una possibile distorsione della concorrenza, a vantaggio degli Stati Uniti. Non si deve dimenticare, tuttavia, che l’Europa rappresenta oltre il 30% della produzione mondiale di autoveicoli, con un totale di 2,4 milioni di persone occupate. I produttori UE sono più numerosi ed è logico che nel momento di spartirsi la torta qualcuno storca leggermente il naso. La seconda quota produttiva, pari al 27%, è ad appannaggio di Stati Uniti e Canada, in cui le Big Three (GM, Ford e Chrysler) si collocano come oligopoliste di mercato, con un venduto che sfiora il 90% della totalità. Nonostante una quota di mercato maggiore, nel Vecchio Continente, escludendo il piano di incentivi collegato alla riduzione delle emissioni ambientali ed i guai di Opel (GM Group), di bailout nativi non se ne sono visti.
Nancy Pelosi, presidente della Camera statunitense, ha ribadito un concetto chiave e ripetuto come un mantra: «GM non fallirà, non possiamo permetterlo, ma ci devono essere garanzie sul suo futuro». La concorrenza non ne risentirà per una ragione molto semplice: prendendo il caso Fiat e GM, di un eventuale fallimento della seconda ne patirebbe anche la prima, per via delle partnership tecniche motoristiche. E questo, dalle parti del Lingotto, lo sanno bene.

Da Il Riformista del 6 Dicembre 2008

December 6, 2008 Posted by FG | Business, World | | No Comments

I costi della crisi

Dopo il tracollo degli ultimi giorni, le Borse timidamente cercano di risalire la china, attraverso un rimbalzo che di tecnico sembra aver tutto. I dati scanditi dal National Bureau of Economic Research, la massima istituzione in termini di ricerca economica, fanno sudare freddo gli americani, ma non solo. Dall’Atlantico al Pacifico, con una velocità impressionante, è balenata la notizia che l’economia statunitense è in recessione da oltre un anno. Per la serie, meglio tardi che mai.
«Mi attendo una recessione più forte di quella successiva alla seconda guerra mondiale» ha affermato il premio Nobel per l’Economia 1987, Robert M. Solow, a margine di una conferenza tenutasi a Trieste, il Nobels Colloquia. Solow ha però ribadito quante siano le differenze del marasma finanziario odierno rispetto al periodo noto come La Grande Depressione, immediatamente successivo alla crisi del 1929. Se infatti nei primi anni 30 del XIX secolo il tasso disoccupazionale si attestava intorno al 30% negli Stati Uniti, le peggiori previsioni del Fmi o dell’Ocse vedono una percentuale di disoccupati per il 2009 intorno all’8%. E differenti sono anche i dati produttivi, nonostante ordinativi sempre più magri, specie per il settore automotive. La crescita negativa del Pil americano sarà, sempre secondo le stime (pronte ad essere rettificate), non superiore all’1%, al contrario dell’Italia, per la quale l’Ocse prevede un secco meno un punto percentuale. Lo stesso NBER ricorda come, a dir la verità, la congiuntura statunitense sia virata verso lidi più pericolosi verso il dicembre 2007, un anno esatto fa. Ma se ci ricordiamo di cosa accadde un anno fa, è singolare che solo ora qualcuno si è accorto che qualcosa non andava.
Il default di due hedge fund di Bear Stearns nel luglio 2007 hanno forse segnato l’inizio di una crisi che pochi avevano giudicato verosimile. O perlomeno speravano non lo fosse. Eppure, un piccolo campanello d’allarme doveva già suonare nella testa di molti, quando le code di fronte alle filiali britanniche di Northern Rock divenivano sempre più lunghe, costringendo il governo inglese ad un primo bailout. Quella crisi che giungeva dagli Stati Uniti, tacciata di essere assolutamente esogena al mondo europeo, cominciava invece a mettere ansia, a distruggere, a far crollare i castelli di carta creati negli ultimi anni da un certo tipo di operatori finanziari. Lungi dal condannare un modello economico che porta benessere dove non esiste, è indubbio come alcune distorsioni abbiano contribuito ad ingigantire una bolla divenuta ingestibile perfino dagli stessi creatori. Quello che è successo dopo è stato solo una serie di conseguenze. Bear Stearns a marzo 2008, Fannie Mae & Freddie Mac a luglio, Lehman Brothers ed AIG a settembre, Citigroup pochi giorni fa. La lista potrebbe essere ben più estesa, un c’è un fattore che fa comprendere anche, dal punto di vista formale, l’incidenza reale di questa crisi: non esistono praticamente più le gloriose investment banks americane. Spazzate via dallo tsunami o semplicemente risorte tramite una trasformazione, come Goldman Sachs e Morgan Stanley, diventate commercial banks nello scorso settembre.
I dati inducono a riflettere, ma ancora di più sono utili le misure adottate per ripristinare un equilibrio perduto. Iniezioni di denaro, aste a breve termine delle banche centrali, prestiti agevolati, salvataggi, vere e proprie indulgenze nei confronti di alcune realtà societarie: tutto questo è stato fatto in oltre un anno di subprime virus, coi risultati che possiamo vedere oggi. Una crisi che di normale ha ben poco, di anomalo forse tanto, con un’incidenza sulla ormai abusata economia reale, come se ve ne fosse una virtuale, che si deve ancora registrare. Di recessione si parla da tempo, almeno da un anno, ma sembra che sia un problema sorto solamente negli ultimi due mesi. No, i sentori v’erano già tutti e gli attori economici «reali» avevano già previsto tutto, semplicemente osservando come i loro portafogli perdevano denaro ad una velocità disarmante. Suscita ribrezzo il comportamento delle agenzie di rating, che di certo non ignoravano tutti i miasmi tossici che pervenivano dalle varie società finanziarie ai limiti del Charter 11. Insomma, tutti sapevano, nessuno parlava.
Fa sorridere che proprio il NBER ricordi adesso che l’America è in recessione. Se n’erano accorti tutti, dal Fmi all’Ocse, dagli operatori di borsa ai manager bancari, solo mancavano loro. Peccato che ci sia voluto un anno, magari si poteva anche agire in modo più tempestivo ed efficace.

Da Ragionpolitica.it del 4 Dicembre 2008

December 5, 2008 Posted by FG | Business, Economics, World | | No Comments