La Fed mette sul piatto altri 800 mld, ma è il rimedio giusto alla crisi?
Non bastava il Piano Paulson da oltre 850 miliardi di dollari per risollevare l’economia statunitense. Ad esso si aggiunge anche il nuovo programma della Federal Reserve, da 800 miliardi di dollari, volto a ripristinare gli assetti perduti nel mercato del credito al consumo e rilevare gli ormai celebri “toxic assets”. Dopo il Tarp, ecco il Talf, il nuovo acronimo inventato da Ben Bernanke, Governatore della Fed.
Si, dopo il Troubled Assets Relief Program a cura di Hank Paulson, il sempiterno Segretario al Tesoro Usa, arriva il Term Asset-Backed Securities Loan Facility che prevede una serie di misure volte a rilevare tutte le cartolarizzazioni a rischio insolvenza. 500 miliardi di dollari serviranno a rilevare i mutui impazziti di Fannie Mae e Freddie Mac, altri 100 miliardi saranno utili per riassettare i debiti delle stesse agenzie governative (più quelli di Federal Home Loan Bank), mentre gli ulteriori 200 miliardi, garantiti dalla Fed di New York, saranno volti al sostegno del mercato del credito al consumo. Si, perché in effetti, il pericolo che il Natale made in Usa sia particolarmente triste sotto il profilo dei consumi, è una realtà sempre più tale, piuttosto che una semplice previsione macroeconomica. Il crollo dei consumi nel terzo trimestre, scesi di un prepotente 3,7%, e lo spauracchio dell’outlook del Ocse che letteralmente fa notare come l’economia Usa sia in ginocchio, lasciano presagire un momento davvero complicato. Proprio l’Ocse ha stimato la diminuzione del Pil statunitense in un meno 2,8% nel quarto trimestre 2008, proprio il periodo in cui siamo. Ma le brutte notizie non vengono mai sole. Dopo il maxi bailout di Citigroup (oltre 300 mld di garanzie federale su toxic assets del gruppo) e dopo le costanti (e voraci) richieste di liquidità da parte di un mercato automobilistico che brucia miliardi con velocità impressionante senza riuscire a vendere prodotti come dovrebbe, non si può pensare che l’ennesima iniezione di denaro dentro il sistema possa risolvere il tutto.
Il presidente eletto Barack Obama ha ribadito più volte che la necessità è quella di un nuovo New Deal, facendo balenare nella mente di molti lo spettro del 1933 e della Grande Depressione. Quello che non si comprende è la facilità con la quale Fed e Tesoro stiano operando sui mercati, lasciandosi attirare dalle sirene bramose solo di denaro sonante per ripristinare i rossi di bilancio. La congiuntura che si appresta a vivere il mondo intero (guai non considerare isolata la crisi) è assai complicata a causa dell’enorme mole di prodotti a rischio, sparsi ormai chissà dove. Gli addetti ai lavori si chiedevano nei giorni scorsi quando e come Citigroup sarebbe stata salvata, perché era lapalissiano che ciò sarebbe avvenuto, data la situazione patrimoniale della stessa banca. Ora ci si chiede quali saranno le prossime mosse di Bernanke e Paulson.
Tutto questo senza contare una delle piaghe maggiori che sta per colpire l’intero sistema economico americano, la disoccupazione. Nel primi due trimestri del 2009, il tasso di disoccupazione subirà un’impennata notevole, arrivando al 7,2% per poi aumentare ancora nel 2010, fino al raggiungimento di quota 7,6%. Va da sé che, mancando l’occupazione, mancano anche i salari e che non tutti i sistemi di ammortizzazione sociale sono appannaggio di tutta la cittadinanza. Di fronte a questo, non si può far altro che consumare di meno, notevolmente di meno. Ed ecco che l’economia americana rischia davvero il collasso. In quest’ottica cercano di agire Fed e Tesoro, dimenticandosi però una cosa fondamentale: a forza di spendere soldi pubblici per il salvataggio del sistema economico, lo Stato rischia di aumentare in modo spaventoso il proprio debito pubblico e quindi aumentare il decorso della malattia del virus subprime.
Si attendono nuovamente azioni governative ai limiti, come un nuovo taglio dei tassi dei Fed Funds o come un sostegno di GM, Chrysler e Ford. Il problema, in questo caso, sarebbe sempre il solito: l’indulgenza nei confronti dei colpevoli (da una parte) e dei vittimismi (dall’altra) non fa altro che peggiorare una situazione che è già sufficientemente drammatica.
Da L’Occidentale del 26 Novembre 2008
Obama salva GM ma in economia non potrà fare sempre il Democratico
Non ha nemmeno avuto il tempo di godersi la vittoria elettorale, Barack Obama, che deve già affrontare uno dei periodi peggiori per l’economia statunitense dal secondo dopoguerra ad oggi. Con una recessione globale ormai de facto, come ha sancito anche l’ultimo World Economic Outlook del Fondo Monetario Internazionale, ci si domanda quali siano le misure più consone per contrastare gli effetti della crisi finanziaria sull’economia reale.
Gli Stati Uniti stanno vivendo una notevole restrizione occupazionale, causata in primis dalle difficoltà del mercato automotive, ma non solo. General Motors ha appena deciso di cedere la sua quota di Suzuki, pari al 3%, alla stessa casa giapponese, mentre sono oltre 5500 i licenziamenti all’orizzonte. Ma quello che finanziariamente fa scalpore sono le perdite per 2,5 miliardi di dollari nel terzo trimestre 2008 ed il pesante fardello del deficit del proprio fondo pensione, che ha chiuso il 2007 con un rosso di 39 miliardi di dollari. Anche Citigroup, il colosso newyorkese dei servizi finanziari, è in netta difficoltà: il taglio del 14% del proprio organico, circa 50mila occupati, è solo la punta di un iceberg che rischia di essere ben più profondo del previsto. A questo quadro ben poco roseo, anche considerando l’indotto che il gruppo automobilistico sviluppa ed i prevedibili contraccolpi sull’Europa, si devono aggiungere anche i dati relativi al mercato del lavoro yankee per settembre ed ottobre. 240mila posti vacancy per il mese appena trascorso (a fronte di una stima di 183mila unità), oltre 280mila per settembre: cifre che fanno salire il tasso di disoccupazione al 6,5%, il dato più elevato dal 1994. Ed il peggio deve ancora arrivare, secondo Goldman Sachs, che ipotizza un aumento del tasso fino all’8,5% prima della fine dell’anno.
Purtroppo, oltreoceano meglio non va, dato che i problemi di GM stanno influenzando negativamente anche il marchio Opel, ormai costretto ad elemosinare liquidità alla cancelliera tedesca Angela Merkel. Le richieste, che non possono essere soddisfatte dalla casa madre, sono nell’ordine di due miliardi di euro, che presumibilmente saranno forniti per metà dallo stato federale e per l’altra metà da alcuni lander, quali l’Assia, la Vestfalia, la Turingia ed il Palatinato. Si aprirà così una nuova fase dei bailout, che sanciscono un netto capovolgimento di fronte rispetto alle tendenze mercatiste degli ultimi decenni.
Negli Usa il neo eletto Obama si sta arrovellando per evitare la bancarotta di GM, considerata «inaccettabile» ai microfoni della Cbs. In effetti, un default del gruppo di Detroit potrebbe avere costi sociali ben maggiori rispetto a quelli di un suo eventuale salvataggio. La sua fame di liquidità si attesta intorno ai 15 miliardi di dollari, una cifra che si aggiungerebbe a tutti i costi sostenuti dal Tesoro e dal Governo degli Stati Uniti dall’agosto 2007 ad oggi, compreso il TARP (troubled assets relief program) da 850 miliardi di dollari. Il dilemma sembra essere ricorrente, in tutto il mondo politico-economico: è giusto salvare imprese private (o public company) in crisi attraverso aiuti di stato? I casi Northern Rock, Fortis, Dexia, Fannie Mae, Freddie Mac e, probabilmente, General Motors riportano alla luce la questione. C’è un che di trasversale in questa crisi finanziaria, che accomuna America, Europa ed Asia: è proprio il ricorso degli Stati a sostegno dei mercati e dei suoi attori. Esistono però dei costi che non vanno sottovalutati. A fronte di un consistente aumento della spesa pubblica, a risentirne saranno certamente i bilanci statali ed il tasso d’inflazione. Ma soprattutto si corre il rischio che a pagar le conseguenze dei salvataggi sia la collettività, peraltro già colpita da un credit crunch bancario, una stretta occupazionale ed un’inflazione galoppante. Lo scenario che si avrebbe sarebbe quello di una contrazione ancora più ampia dei consumi e, a cascata, un calo della produzione industriale ed un ricorso sempre maggior al sistema di ammortizzatori sociali, col concreto rischio di un collasso economico. Tuttavia, anche lasciando che il mercato faccia il suo corso, c’è la possibilità verosimile di aggravare maggiormente una situazione già allo sbando, contagiando settori finora colpiti marginalmente e creando una voragine occupazionale senza precedenti.
Salvare o non salvare, quindi? Solo con attenta analisi costi-benefici di ogni singolo caso (e con un pizzico di fortuna) si può pensare di fare il bene dell’economia reale, del sistema finanziario e dell’industria. Solo agendo in questo modo Obama potrà sfatare il cliché tipico delle amministrazioni statunitensi di matrice democratica, un elevato e spesso incontrollato ricorso alla spesa pubblica. Il cambiamento che porta avanti passa anche da questo.
Da L’Occidentale del 21 Novembre 2008
Ora l’Obamanomics dovrà traghettare gli Usa fuori dalla crisi
Barack Obama è il 44esimo presidente degli Stati Uniti d’America. La telefonata per le congratulazioni di rito è già arrivata, sia da parte dei John McCain, lo sconfitto repubblicano, sia da parte di George W. Bush, il presidente uscente. Dopo la lunga tornata elettorale, la maggioranza si domanda se l’Obamanomics, com’è stata ribattezzata, sarà in grado di traghettare l’America fuori dalla crisi finanziaria.
Nell’analisi che si deve fare per cercar di prevedere quale sarà il prossimo futuro per l’economia statunitense, non si può dimenticare la potentissima componente psicologica che ha giocato un ruolo fondamentale in queste elezioni. Obama ha vinto perché rappresenta il nuovo, il diverso, una sorta di speranza per il futuro e proprio su quest’ultimo aspetto ha puntato moltissimo. Certamente ha saputo dar una scossa ad un mondo che sta perdendo il lume della ragione: i mercati finanziari, dall’Europa agli Usa, sono stati colti da una prevedibile eccitazione durante le votazioni, registrando ottime performance, replicate nella notte dagli indici asiatici, Nikkei ed Hang Seng in primis. Fiducia serviva e, non si può negarlo, il senatore dell’Illinois ha saputo fornirla. Eppure, osservando il suo programma elettorale, sotto la voce “economia”, sorge qualche dubbio.
Partendo proprio dall’incipit del programma, vediamo alcune linee guida dello stesso. «Wages are Stagnant as Prices Rise»: che i salari siano fermi ed i prezzi al consumo abbiano registrato un aumento tendenziale, dovuto principalmente alla corsa delle commodities e del petrolio, è innegabile. Ma in un mondo che continua a domandarsi se la crisi attuale sia peggio rispetto a quella del 1929, forse il primo punto della sezione economica del programma doveva essere proprio riservata ai subprime. Invece ecco la ricetta taglia-tasse dei Dem, per limitar l’incidenza della payroll tax, onerosa sia per il lavoratore sia per l’impresa: ecco quindi il rimborso dei contributi versati alla Social Security nell’ordine di 500$ a lavoratore o 1000$ per nucleo familiare. «The “Making Work Pay” tax credit will completely eliminate income taxes for 10 million Americans» annunciano in coro Barack e Joe Biden. Lodevole da parte loro, ma forse si deve ritenere una mera promessa elettorale. Il pericolo è quello di vessare notevolmente i datori di lavoro, costringendoli a ridurre la loro offerta. Il vero problema è però un altro e prende (casualmente) il nome di spesa pubblica.
Si, perché Obama, incurante degli oneri che toccheranno ai contribuenti alla luce dei numerosi bailouts nei confronti delle banche in crisi, ha messo in programma di stanziare 50 miliardi di dollari per il rilancio dell’economia ed evitar una crisi occupazionale senza precedenti. Ma le voci di spesa pubblica non terminano qui, dato che nell’arco di 10 anni il ticket democratico vuole elargire oltre 150 miliardi di dollari per lo sviluppo di fonti di energia rinnovabili, dal biofuel alle tecnologie ibride di locomozione, con l’obiettivo di creare 5 milioni di “new green jobs”. E sempre in ambito lavorativo, sorgono altri dubbi. C’è in progetto di finanziare l’imprenditorialità attraverso incubatori d’impresa, volti alla creazione di business plan ed utili nella fase di start-up. Il tutto per una spesa complessiva di 250 milioni di dollari. Scelta condivisibile, che va nell’ottica del rilancio economico, a patto che si definisca adeguatamente il piano operativo. Infine, la proposta di innalzare il salario minimo, indicizzandolo all’inflazione, creando una sorta di scala mobile, è altamente discutibile, specialmente con le isteriche fluttuazioni dei prezzi delle materie prime. Il rischio, e noi italiani lo conosciamo molto bene, è quello di un circolo vizioso penalizzante per un settore industriale fortemente in difficoltà.
Manca tuttavia ancora qualcosa, ovvero come intende Obama reagire alla crisi dei mutui. In questo campo, si manifesta un minimo di stupore, in quanto i progetti sono per lo più fumosi.
Lo STOP FRAUD Act del nuovo presidente compie un giro di vite sulle società che concedono mutui ipotecari e si punterà ad introdurre una nuova legislazione in merito, per una maggior trasparenza nell’offerta di finanziamenti abitativi. Allo stesso tempo, il ticket Dem vuole punire in modo deciso tutti i responsabili delle truffe sui subprime, ma non si comprende né quando né come, lasciando solo intendere che ci dovrebbe essere un inasprimento della disciplina federale della bancarotta. Difficile che si possa pensare di risolvere tutto solamente proclamando aperta la caccia nei confronti delle streghe.
Osservando da oltreoceano la corsa elettorale americana, si è avuto l’impressione che Obama, seppur fumoso come Veltroni, abbia avuto lo stesso appeal di Berlusconi. McCain, nonostante una concretezza maggiore, nulla ha potuto fare contro un treno in corsa come quello Democratico. Il voto sembrava ormai solo più una formalità. La crisi finanziaria, invece, è ben più importante e saranno cruciali le scelte del nuovo presidente. La fiducia che può infondere nei mercati un cambiamento simbolico di questo genere è tantissima, ma sarà nulla se non suffragata da azioni incentivanti la ripresa, che passa innegabilmente attraverso una riduzione della spesa pubblica e non il contrario.
Sarà il tempo a decidere se l’Obamanomics passerà alla Storia. Di sicuro, la strada è in salita per Obama e forse dovrà cominciare a dirsi “Yes, I can”.
Da L’Occidentale del 5 Novembre 2008
Endorsement for 2008 Usa Presidential Elections

Zod 08
Gli italiani hanno il vizio di emulare (malamente) tutto quello che giunge dagli Stati Uniti. Se negli Usa hanno Obama, in Italia abbiamo Veltroni. Se negli Usa hanno Zogby, noi abbiamo Pagnoncelli. Tanto si è discusso su Obama, talmente tanto che la sorpresa sarebbe se non vincesse, non il contrario. Tutto il mondo sembra voler appoggiare il candidato di colore, invece che il vecchio lupo del Vietnam, John McCain, che già solo con il nome pare uscito da un film con John Wayne. Quest’ultimo, in effetti, non è più in forma come un tempo, ma ha accanto una Sarah Palin che potrà legittimamente far le scarpe a Hillary Clinton fra 4 anni. In questa girandola di endorsement all’italiana - l’ultimo ad opera del Corsera - io vado controcorrente e do la mia preferenza (virtuale) all’outsider eccellente, l’unico personaggio che può essere il deus ex machina dell’America in questo momento.
Chi è? Guardate un po’ sotto…
http://www.zod2008.com
Le Borse provano timidamente a rialzare la testa
Se qualcuno sperava in un’apertura positiva delle Borse nel lunedì successivo ad uno dei peggiori venerdì finanziari di questi ultimi anni, è stato ampiamente deluso. Infatti, fin dall’alba di ieri si capiva che sul continente europeo si erano addensate nubi tempestose provenienti da Tokio. Quello che si è consumato è stato l’ennesimo lunedì negativo dalla fine di agosto e perfino le banche centrali cominciano a brancolare nel buio dei subprime.
Solamente nella giornata di oggi si stanno vedendo dei leggeri cambi di tendenza, con i grandi rimbalzi che, sempre dalle borse asiatiche (Nikkei +6,41%), si stanno trasferendo su quelle europee. Resta alta la volatilità quindi, come anche l’incertezza, mitigata leggermente dalle aspettative di rinnovo dell’offerta di denaro da parte delle autorità monetarie che il mercato sta recependo con vigore. Notevole il guadagno dell’indice Dax di Francoforte, con un’ottima doppia cifra sulla scia del titolo Volkswagen dopo la decisione di Porsche di entrar maggiormente nell’azionariato del gruppo di Wolfsburg. Rimane. tuttavia, ancora vivo il ricordo del turbamento finanziario di ieri.
Milano risulta una delle piazze con le flessioni più corpose, perdendo il 3,50% con il Mibtel ed il 3,96% con l’indice S&P/Mib, scontando le performance negative di Fiat (-8,10%) ed Intesa Sanpaolo (-10,15%), maglie nere della giornata. Facili da intuire le ragioni di queste ondate di vendita. Il primo titolo sta arrancando come tutto il mercato automotive mondiale, pesantemente colpito dal crollo degli ordinativi, nonostante i ricavi del gruppo torinese nel terzo trimestre 2008 siano stati in aumento del 3,2%, con 14 miliardi di euro. La penalizzazione per Fiat, però, arriva anche alla luce delle voci che parlano di un ricorso sempre maggiore alla cassa integrazione e di una lunga chiusura per le festività natalizie dei suoi stabilimenti. Sul fronte Intesa Sanpaolo, invece, sembra esserci stato un rally ribassista in vista della riunione del consiglio di gestione prevista per oggi. Proprio il gruppo bancario ha visto ridurre del 18,8% il proprio target price dagli analisti di Deutsche Bank, in vista dei tagli alle stime di utile d’esercizio nel bienno 2008/2010, notizia che ha portato il titolo alla sospensione delle contrattazioni per eccesso di ribasso. Nonostante il gruppo abbia mostrato la sua solidità rispetto ad altre realtà italiane dello stesso settore, latita notevolmente la fiducia negli investitori.
Male anche le altre piazze finanziarie del Vecchio Continente con Francoforte che nel finale riesce ad uscire dal tunnel di perdite, guadagnando uno sterile +0,91%. Per il resto, una raffica di segni negativi: Londra –0,79%, Zurigo –3,07%, Parigi –3,96%, Madrid –4,11% . Il tutto sulla scia di Tokio, il cui indice Nikkei ha perso nella notte italiana il 6,3%, ed Hong Kong, che ha fatto registrar la peggior sessione dal 1997, lasciando sul campo il 12,7%. Le notizie riguardanti Mitsubishi UJF, la prima banca giapponese, che ha approvato un aumento di capitale di 990 miliardi di Yen, circa 10 miliardi e mezzo di dollari, per far fronte alle svalutazioni riguardanti la crisi subprime. Ironico che proprio il gruppo bancario nipponico sia il soggetto che sta rilevando il 21% di Morgan Stanley, anch’essa coinvolta nell’affaire “toxic mortgage”. Di rimbalzo, le borse europee hanno aperto in netto calo, con Milano che perdeva oltre il 6%, fattore che l’ha penalizzata per tutta la durata delle contrattazioni. Continuando a risentire delle turbolenze finanziarie Tokio sta condizionando in maniera pesante le decisioni di politica monetaria di Federal Reserve e Bce, ormai prossime ad una nuova sforbiciata ai tassi di sconto e di riferimento.
Il Federal Open Market Committee della Fed si riunirà domani, mercoledì 29 ottobre, per decidere quali strumenti adottare contro una recessione che è sempre più tenace. Dopo la riduzione dell’offerta di petrolio, dopo il continuo calo del prezzo dello stesso, dopo i dati riguardanti l’occupazione statunitense e dopo il calo della produzione industriale nel terzo trimestre dell’anno, si fa sempre più largo l’ipotesi di uno scenario mai sperimentato prima. Un maxi taglio di 75 punti base, che porterebbe i tassi americani allo 0,75%, un livello paragonabile a quello nipponico. Il vero problema è che, dopo una misura del genere, nulla rimarrebbe nelle mani di Ben Bernanke. L’inondazione di liquidità che si è osservata nell’arco di un anno non ha sortito gli effetti sperati, aumentando solamente il sentore che i soggetti compromessi con i mutui subprime si sentissero legittimati a contin uar ad assumere posizioni finanziarie spregiudicate pur di rientrar delle perdite legate ai mutui immobiliari. L’unica novità per ora rimane la decisione del Governo Usa di acquistare commercial paper ad un tasso del 2,88% (il Libor è a 3,50%) attraverso il Treasury Department’s Capital Purchase Program, il programma per la stabilizzazione dei mercati finanziari attraverso atti che possano generare una maggior liquidità per il business delle imprese americane.
Sul versante europeo, come prevedibile, si sta seguendo la via percorsa da Washington, Jean-Claude Trichet, governatore della Bce, ha ventilato la «reale possibilità» di un ulteriore riduzione del costo del denaro al fine di favore il ritorno della fiducia negli operatori. Proprio di ieri la notizia che la crescita annua dell’aggregato monetario M3 nell’Eurozona ha rallentato la sua corsa, meno 0,2% rispetto al dato di agosto, fermandosi a quota 8,6%. Subito, dimenticandosi del verbo concernente l’inflazione che hanno professato finora, a Francoforte hanno invertito la rotta sull’onda delle richieste degli addetti ai lavori, famelici di denaro a basso costo. Per far fronte a queste richieste si rischia però di introdurre nei mercati una quantità di denaro che farà lievitare l’indice inflazionario, già oltre il 4%, rischiando di colpire con maggior vigore l’economia reale. Il panico e la scarsa lucidità operativa stanno entrando anche negli uffici più alti delle banche centrali. La speranza è che si possa comprendere che, se le misure adottate finora non hanno limitato il prolificazione del virus dei subprime, forse è meglio provare che una crisi finanziaria di questo tipo venga curata dallo stesso mondo della finanza, ovvero dal mercato.
Da L’Occidentale del 28 Ottobre 2008