11 settembre 2001
Quanto mai attuale è la dicotomia Occidente-Islam. Un Occidente che a mano a mano perde le sue origini in favore di una sottomissione spacciata per multiculturalità e tolleranza. Un Islam che si rivela sempre più ostaggio dell’interpretazione del verbo di Maometto da parte di pochi fanatici che riescono a catalizzare le attenzioni delle masse ignoranti. Se si torna al pensiero di quella giornata di sei anni or sono, è impossibile non ricordare ogni minimo istante come fotografie impresse nella memoria cerebrale per sempre. Il primo aereo che penetra nel WTC come un coltello bollente nel burro. Lo spaventoso rogo generato dal carburante residuo. Lo stordimento di ognuno di noi mentre lentamente accendevamo i televisori per osservare quello che tristemente rassomigliava ad un film catastrofico. L’incredulità e lo stupore nel constatare che quello che vedevano le nostre pupille era realtà, mentre un altro velivolo piombava sulla seconda torre con la stessa violenza del primo. La tragedia in diretta che veniva ripresa costantemente dalle televisioni del mondo. Il vociare di un ulteriore velivolo diretto sul Pentagono e poi le immagini dello stesso in fiamme mentre il peggio doveva ancora accadere. Le torri crollano, si collassano su di esse e vengono sbriciolate in un modo mai visto. Si parla di un quarto aeroplano in rotta verso la White House, quando il presidente Bush era già stato messo al riparo. E poi fogli, tanti fogli che volano come carte gettate al vento, polvere che ricopre tutto e tutti. Persone che poco prima del crollo del WTC cerca la salvezza gettandosi nel vuoto, come marionette in balia dell’aria, cercando un miracolo che non arriverà. In questo scenario, nessuna parola, solo silenzio rotto dal piegarsi dell’acciaio e dalle sirene dei soccorsi, di quelli eroi del NYFD che non hanno esitato a lanciarsi in mezzo alle fiamme per cercare di salvare anche solo un’anima, mettendo a rischio la propria. Mentre sulle televisioni di tutto il mondo va in onda l’infamia, circola un nome, Osama bin Laden. Un nome che non dimenticheremo mai più.
Da quel giorno cambiò non solo la nostra concezione di sicurezza ma ogni gesto quotidiano. L’economia crollò in modo pesantissimo e solo dopo molti anni si rivede la via d’uscita dal trend congiunturale negativo. Un’intera società che si credeva sicura che da un giorno all’altro scopre una minaccia invisibile, capace di colpire dappertutto ed in modo terrificante, e lo fa nel modo più sconvolgente di tutti, mediaticamente. Sotto gli occhi di tutti c’è il terrore e la consapevolezza che tutto non sarà mai come prima. Da quel giorno nacque un’escalation di violenza che ha prodotto morti in nome di un verbo distorto a piacimento da perfetti maestri di terrorismo. Guerra chiama Guerra e così è stato anche per gli Usa che hanno deciso di impiegare le proprie forze armate in Afghanistan prima ed Iraq successivamente, con risultati discutibili e solo una certezza. Che l’Occidente sta perdendo tutte le sue origini, per far spazio alla tolleranza, ma non è possibile dialogare con chi vede solo sangue e morte. Un attacco come quello di New York denota solo una cosa, la totale mancanza di dialogo e l’odio cieco verso chi è diverso da loro. Inevitabile non essere d’accordo con le posizioni che rifiutano ogni punto di contatto con la violenza gratuita ed ingiustificata. Allo stesso modo, come non essere d’accordo coi teorici della superiorità della civiltà occidentale? Un paese che accetta ogni genere di religione è più civile di uno per cui se si ha un crocifisso al collo si viene sgozzati come un maiale? Ancora oggi, nel 2007, abbiamo esempi quotidiani d’intolleranza religiosa verso chi si dimostra più aperto mentalmente. Ma quello che ha cambiato tutti, in maniera ovviamente differente da soggetto a soggetto, è la sensazione incontrastabile di vulnerabilità. Un’emozione nuova e travolgente che ha colto tutti all’improvviso. La paura è stata il leit motiv per un lustro nel quale abbiamo dimostrato di saper rialzare nonostante un colpo durissimo.
Un’economia in ginocchio, un costo della vita in costante ascesa ed una difficile opera di governo da parte di ogni esecutivo del Vecchio Continente sono state le conseguenze politico-economiche che l’attacco terroristico ci hanno riservato. Ad un prezzo elevato siamo riusciti a riprendere alcune nostre certezze, cancellate bruscamente dalla vigliaccheria di pochi folli. Sociologi ed intellettuali hanno cercato nell’undici settembre una risposta per i mali moderni che affliggono il nostro mondo e non hanno tutti i torti in questa ricerca, anche se troppo è stata strumentalizzata la vicenda. Le aree massimaliste della sinistra italiana hanno, in controtendenza alle compagini progressiste internazionali, sempre puntato il dito con gli Stati Uniti in quello che è stato un atto di barbarie che non deve trovare giustificazioni.
Il nostro impegno dev’essere quello di ritrovare quello che ci ha sempre caratterizzato, le nostre radici, le nostre origini, senza piegarci all’odio incontrollato ed incontrollabile. Oggi è un giorno per ricordare, da ricordare. Un giorno in cui dobbiamo guardarci indietro per riflettere su quello che è stato e trovare una via per il futuro, senza paura.
Ciao Big Luciano
Si è spenta la voce che più di tutte negli ultimi 30 anni ha rappresentato l’Italia e l’italianità nel mondo. Luciano Pavarotti non c’è più. Non ci sarà più il suo Nessun Dorma che rimane un gioiello incastinato nei cd. Con la sua teatralità, la sua gioia di vivere ed il suo carattere istrionico, è riuscito a farsi strada con garbo e gentilezza in un mondo, quello della lirica, molto particolare.
Un pezzo di quell’Italia che produce, che si fa rispettare all’estero, che porta un valore aggiunto a tutti noi, non c’è più. E poco deve importare se nella vita di Pavarotti ci sono stati degli errori. Quello che ha dato a tutto il nostro paese non si può e non si deve dimenticare.
Ciao Big Luciano.
Diritto e Politica
La citazione di Hobbes ci introduce al nodo principale del problema: dato che l’uomo deve avere delle norme per regolare i suoi rapporti nei confronti degli altri individui, la giurisprudenza è fondamentale in questo ruolo ma deve necessariamente essere introdotta in un contesto civile responsabile e formato, ruolo che tocca alle sfere politiche. Ma fino a che punto la politica deve contaminare il diritto e viceversa? Fino a che punto la cultura legalitaria è funzionale per il bene dello Stato? Gli esempi di Napoli e del quartiere di Scampia, nel quale le forze dell’ordine sono state assalite durante una retata contro la Camorra, proprio dagli stessi abitanti del quartiere, sono lampanti come un fulmine. Il pagamento delle imposte, sentito più che altro come un atto dovuto per evitare sanzioni, rende l’idea di come può essere distorto il meccanismo che sta alla base del rapporto politica-diritto. Proprio perché esistono queste anomalie di devono apportare delle correzioni, al fine di una maggior efficienza generale: la giurisprudenza deve poter servire alla politica per radicare negli individui i concetti legalitari che troppo spesso sono stati dimenticati e la sfera politica deve poter influenzare il diritto solo nei casi in cui questo risulti traviato da un eccesso di zelo normativo. Non bisogna mai operare solo riflettendo sull’ideale, tralasciando la realtà e viceversa. L’ideale normativo dev’essere di facile assimilazione nella persona, permettendo l’evoluzione a cittadino.
Tutti i classici problemi politici quali debito pubblico, evasione fiscale, sicurezza, vanno affrontati a quattro mani con l’apparato giuridico, il solo che può portare expertise all’interno dell’altra parte, la quale deve contribuire a portare la concretezza tipica dell’amministrazione, controllando che non ci sia un eccesso di formalità normativa. Si può parlare di rapporto a prestazioni corrispettive, un do ut des che permette alla società di formarsi senza perdersi troppo nella mera dottrina. Il rapporto, abbiamo visto, si può quindi ridurre al massimo in una relazione fra il dover essere (diritto) e l’essere (politica), una situazione in cui una mano lava l’altra, facendo opera di controllo a vicenda. Abbiamo capito che il diritto deve anche servire a creare una coscienza civile nelle persone, elevandole allo status di cittadini, ma in che modo? Quando si parla di legalità, ben pochi sanno dare una definizione corretta, specie se non si rientra in alcune sfere; l’uomo della strada ben poco saprà su questo tema e bollerà il tutto definendo cosa si deve e non si deve fare, per non andar contro la legge. Il principio della legalità ha, tuttavia, un origine ben più complessa che nasce prima ancora della Rivoluzione Francese, da cui viene demolito, e si rimanda ai giorni nostri con spirito rinnovato. Parlare di legalità significa prima di tutto parlare di uomini e donne consapevoli che le loro azioni possono danneggiare tutta la comunità in cui vivono, portandola al collasso. Non è errato ciò che dice l’uomo della strada perché, se vogliamo esagerare, i principi legalitari esistevano già molto prima del 1789 e più precisamente con i Dieci Comandamenti, sono o non solo delle leggi, nell’ambito della Cristianità? Il diritto deve quindi operare per formare una vera e propria cultura civica fin dai primi passi dell’individuo, cominciando dalle famiglie, creando un circolo virtuoso di processi d’indottrinamento civile nell’animo malleabile del fanciullo. Questo può essere possibile solo se i genitori sono anche loro formati e via dicendo, come una lunga catena di tradizioni trasmesse. Che ruolo gioca la politica in questo caso? Semplice, quello di contributore, tramite politiche pubbliche responsabili e non arbitrarie, tramite l’istituzione di apparati predisposti a questo scopo ed alla promozione di tali valori normativi. Anche qui si può parlare di circolo in quanto, in questo caso come negli altri, si nota la relazione che intercorre fra le due parti, una non potrebbe vivere senza l’altra, ma non si devono sovrapporre; è come se si parlasse di due coinquilini che magari non si sopportano troppo, ma l’uno ha bisogno dell’altro per poter vivere bene.
Politica e diritto visti in quest’ottica trovano nuovi stimoli per andare avanti, senza badare alle critiche che possono piovere addosso. In un sistema politico come il nostro, spesso difficilmente definito come autorevole dagli stessi cittadini, si dovrebbe operare per poter ristabilire gli equilibri, con la conseguenza per la classe governativa, di poter amministrare con profitto il paese. Una coscienza civile non può che essere un toccasana in un paese che troppo spesso ha lasciato il campo alle scorciatoie, in ogni settore, dimenticando il vero significato della norma, sempre volta a ridurre le disuguaglianze fra i cittadini, non per vessarli, come spesso s’intende in maniera erronea.
Al Gore e le luci di casa
Simpatico quell’Al Gore anche se un po’ imbolsito dall’ultima volta: così informale, così concreto, così ambientalista, così ruffiano. Come ogni tanto avviene, a scadenze periodiche, tutto il mondo della musica decide di fermarsi e di raccogliere fondi per una causa che affligge il pianeta, come può essere l’aids o la fame nel terzo mondo. Vengono così organizzati degli eventi in simultanea in tutto il pianeta per sensibilizzare la popolazione sui temi rilevanti in questione. Quest’anno è toccato al famigerato global warming far smobilitare le coscienze di tutti i terrestri. Il paladino di questa crociata contro quello che abbiamo creato noi stessi è proprio quel simpaticone di Al Gore, eterno secondo e vicepresidente degli USA, che, nell’intento di rifarsi una vita dopo la Casa Bianca e portare a casa la pagnotta, ha deciso di diventare ambientalista in modo quantomeno ipocrita. Pensiamo a tutta l’energia elettrica, lo spreco di carburanti, i rifiuti prodotti, l’anidride carbonica emessa, per creare quel bellissimo baraccone che è stato il Live Earth. Energia buttata per portare sul palco delle persone che se ne fottono del riscaldamento del pianeta, che pensano soltanto a far pubblicità al loro ultimo cd e che non fanno nemmeno più caso a quello che consumano e sprecano. Lungi da me colpevolizzare i cantanti, che in fondo fanno solo i loro interessi a partecipare al concerto in questione, rifletto solo sulla loro ipocrisia e penso a quanto in basso si possa arrivare, pur di avere un istante di popolarità in più, meglio se poi verrai considerato come politicamente impegnato. Al Gore ha iniziato a parlare del riscaldamento globale da circa un anno, sia attraverso i media tradizionali, sia tramite la cinematografia con una pellicola su questo scottante tema. Peccato che sia proprio lui uno dei colpevoli contro i quali punta il dito, considerando tutti gli sprechi di denaro e di energie per creare il Live Earth. Io mi chiedo come possano persone come Gore alzarsi la mattina e guardarsi allo specchio senza inorridire e girare il volto verso altri lidi. Io so benissimo che ogni giorno spreco enormemente materia, che spendo per cose superflue e che dovrei fare qualcosa per migliorare il tutto. Son consapevole delle mie colpe ma di certo non vado in televisione, durante uno show seguito da 2 miliardi di esseri umani, a predicare che la Terra sta scomparendo, mentre vengono trasmesse le immagini di pinguini che rotolano nel fango come fanno i maiali, peccato che i volatili fossero ancora in Antartide e non nella Bassa Padana. Ipocrisia, siamo ridotti a scoprire l’acqua calda quando tutti decantano le azioni di quel politico americano che ha riunito tanti cantanti per lanciare un SOS per un pianeta, il nostro, che sta bruciando. Un evento come questo se si scava a fondo, perde tutta la sua credibilità e quella che poteva essere una occasione importante per poter riflettere a cambiare davvero qualcosa, si riduce ad una semplice e vergognosa farsa.
Fino a che non ci sarà la volontà unanime di ridurre le nostre esigenze qualitative della vita, non ci potrà essere nessun giovamento. Il vero problema è che modificare le nostre abitudini richiede tempo e voglia, due elementi che insieme si incrociano raramente. La questione è che noi ce ne freghiamo di quello che sta accadendo al pianeta Terra perché le conseguenze peggiori avverranno quando la maggior parte di noi sarà passata a miglior vita e saranno solo problematiche dei nostri figli e nipoti.
Io non voglio essere indicato come moralista o demagogo ma è indubbio che non si può giocare con l’intelligenza delle persone come hanno fatto gli artisti e gli organizzatori del Live Earth. Spesso e volentieri il low profile è quello che garantisce i maggiori risultati, anche se scenograficamente non è esaltante, lo è sotto il punto di vista degli obiettivi prefissati e raggiunti.
Mr. Al Gore, la prossima volta si ricordi di spegnere le luci.
Welcome Bambina
Negli ultimi anni la Fiat è tornata in auge, dopo aver rischiato la morte industriale, come tantissime altre imprese italiane un tempo fari del proprio settore e poi lasciate perire per via di strategie sbagliate ed aggiornamenti interni arrivati troppo in ritardo rispetto alle richieste di mercato. Olivetti è uno di quei casi e la Fiat ha quasi fatto la stessa fine, complici scelte poco razionali ed innovative, insieme con un’amministrazione che lasciava il tempo che trovava. Una volta che fu finalmente chiusa la pagina GM e monetizzata la penale per la mancata opzione della casa automobilistica statunitense, la Fiat assunse Sergio Marchionne, un manager figlio del mondo, poco legato alle facili promesse ma concreto, lontano dai riflettori, laborioso. Il buon Marchionne diventa l’amministratore delegato della Fiat e comincia la sua opera di basso profilo, razionalizzando radicalmente le procedure industriali, le strategie d’impresa, la delocalizzazione, l’adozione di modelli di produzione che evitino gli sprechi come il Six Sigma, mutuato dall’esperienza anglosassone, l’internalizzazione di servizi una volta gestiti da terzi. Grazie a tutto questo ed anche una piccola ma efficace dose di fortuna, Marchionne ed il suo team giovane, hanno saputo ricreare una società dalle sue ceneri, con modelli di punta che ora hanno una nuova compagna, una bambina simpatica e furba, la 500. Scrivevo che è un’icona di un tempo che fu, florido e promettente. La nuova 500 esce in un periodo storico che ha bisogno di slancio e se questo può essere rievocato dal passato, da un semplice oggetto, tanto meglio.
Una piccola auto che rappresenta un’impresa che rialza la testa, fiera dei risultati che si stanno ottenendo e delle prospettive future. Una vettura che rappresenta il rilancio secondo il basso profilo, secondo quello che è ragionare in termini di riduzione degli sprechi nelle fasi produttive, secondo la maggior apertura verso il mercato globale, secondo il lavoro e non le parole.
Complimenti alla Fiat, complimenti a Marchionne ed a tutto il management. Un augurio per quella bambina che sono sicuro entrerà in molte case di italiani, sperando che possa bissare il successo che ha avuto la sua nonna, nata proprio 50 anni fa, e che possa anche superarla in termini di vendite e gradimento.
Welcome Bambina.



