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Economics, Politics, Italy

L’Ocse taglia le stime di crescita, ma il Governo ha preso la strada giusta

L’Italia è ferma. Quello che emerge dalle ultime previsioni Ocse in merito alla crescita del Pil per il 2008 è sostanzialmente questo.
Jorgen Elmeskov, capo economista Ocse, ha presentato a Parigi i dati concernenti il trend di crescita mondiali, comprendenti le macroaree dell’Eurozona, degli Stati Uniti e, andando più in profondità, delle aree nazionali, fra cui anche dell’Italia.
Rispetto alla stima del giugno scorso, perdiamo un secco 0,4%, arrivando al valore di +0,1% per il 2008. Pesano molto le frenate del terzo (+0,0%) e quarto (+0,6%) trimestre, generalizzate in tutta Europa, come dimostra il dato dell’economia tedesca, universalmente riconosciuta come il treno continentale. Un treno che si è fermato nel terzo trimestre (0,0%), riprenderà leggermente nel quarto (0,1%), ma che potrà contare su un valore assoluto di tutto rispetto per l’anno in corso (1,5%). Difficile, quindi, per l’economia UE poter contare su un miglioramento della situazione attuale, anche considerando le situazioni di Francia (+1% annuo) e Regno Unito (+1,2% annuo), quest’ultima con una recessione negli ultimi due trimestri dell’anno. Le previsioni Ocse sono state ulteriormente tagliate passando dall’1,7% di giugno all’1,2% di oggi, sintomo che i turbamenti dei mercati non sono ancora terminati, ma destinati a perdurare per buona parte del 2009. Ma anche l’inflazione gioca un ruolo cruciale in questo trend negativo, anche se non propriamente come lo dipingono numerosi media. Pensiamo al valore comunitario HICP (Harmonised Indices of Consumer Prices), stimato intorno al 4,1%: se lo raffina dei settori energetici, tabacco, cibo e alcolici il dato arriva a quota 1,7%. Questo significa che la componente esogena rimane la prevalente. Stesso discorso per l’inflazione americana, che nonostante una buona performance di crescita tendenziale (+3,3%) non riesce a stimolare la domanda interna e si affida solamente alla bilancia commerciale.
Secondo l’Ocse sono tre le principali cause del fenomeno economico che sta avvenendo in Europa (e non solo). La crisi dei mercati finanziari, il downturn dell’immobiliare americano e l’aumento dei prezzi delle materie prime, ecco cosa sta mettendo in ginocchio anche l’Italia. Bene, cioè male, perché è da oltre un anno che si conoscono i colpevoli, ma non la cura.
Se finora è stato il prezzo del petrolio in costante aumento a turbare i sogni degli italiani, ora anche il comparto alimentare è il più flagellato. Osservando i grafici diramati dall’Ocse, si nota come dopo il picco del maggio/giugno scorso, il brent si è corretto leggermente al ribasso, facendo calare i prezzi dei carburanti. Chi invece non ha subito correzioni sensibili sono state proprie le materie prime alimentari, che dalla metà del 2006 hanno vertiginosamente visto salire il proprio indice da quota 130 a quota 260 (anno 2000=100). Questo si è tradotto in quello che possiamo osservare ogni giorno nei nostri supermercati, con cibi come pasta o pane che hanno visto duplicare o quasi il loro prezzo.
Purtroppo però, non di sola inflazione stiamo patendo. C’è anche il deficit strutturale e siamo afflitti da lacune in termini di liberalizzazioni senza contare le annose questioni del debito pubblico e di una fiscalità troppo alta. Con la consapevolezza perfino dall’Ocse che stiamo vivendo una fase stagflattiva, l’urgenza è quella di foraggiare l’offerta interna, aumentando le possibilità di accesso all’imprenditorialità, limitando la posizione dello Stato nel processo economico. In altre parole, meno burocrazia e migliori condizioni per l’accesso al credito, invece che il mantenimento di figure impotenti come Mr. Prezzi, al secolo Antonello Lirosi, uno degli ultimi retaggi del governo Prodi. Tutto questo senza dimenticare il processo innovativo di cui si sta facendo alfiere il ministro della Funzione Pubblica, Renato Brunetta, che sembra aver trovato la quadratura del cerchio nel ridurre le spese correnti e l’assenteismo italico. Agire in modo da valutar meglio la situazione congiunturale è l’opzione migliore, invece che scaricar colpe sul passato o insistere coi paraocchi. La situazione non è buona, ma si può approfittar di essa per portar quel vento innovativo di cui tanto l’economia italiana ha bisogno.

Da L’Occidentale del 2 Settembre 2008

September 3, 2008 Posted by FG | Economics, Europe, Italy, World | | No Comments

Se questa è stata l’estate, figuriamoci l’autunno…

L’estate sta volgendo al termine e si cominciano a fare i conti su ciò che è accaduto, su ciò che è stato compiuto e su quello che si è programmato. Siamo stati alle prese con il costo della vita che è salito sempre più, con barbarie senza precedenti, con sgradite reminiscenze di tensioni internazionali, con uno sport sempre più pregno di politica e con un’accelerata in questioni manageriali che da oltre quindici anni affliggono i nostri cieli. Un’estate bislacca, così diversa dalle precedenti ma allo stesso tempo così simile.
Un anno fa scoppiava la crisi dei mutui subprime e con essa mutavano numerosi assetti, senza che il mondo se ne accorgesse in modo immediato. Ma l’estate che sta per chiudersi sarà ricordata come quella ritrovata voglia di austerity e del crollo di credenze politiche ritenute immutabili, come il sonno letargico della sinistra italiana, ormai relegata ad un ruolo dimesso a causa delle proprio lacune strutturali. Ma pensiamo per un istante alle nostre città, che deserte non lo sono mai state, sintomo che qualcosa è davvero cambiato nelle tasche degli italiani. O forse solo è un’impressione sommaria? No, non lo è. Se non bastano gli sterili numeri delle analisi economiche dei vari centri studi, forse serve maggiormente alla causa camminare lungo le strade della nostra Italia. Stanco, impoverito e con poche prospettive per il futuro: è questo il nostro paese? Non proprio, eppure quello che non si può negare è la solita dose di pessimismo che aleggia nell’animo di molti cittadini, di tanti quotidiani e di innumerevoli pseudo opinionisti che riempiono il tubo catodico con la loro pochezza. La realtà è di un paese con enormi difficoltà, sia strutturali sia culturali, che non riesce a smettere di sentirsi vittima degli eventi. Più delle cifre dei rincari di beni di prima necessità, devono preoccupare le serrande degli esercizi commerciali che non si rialzeranno più, anche terminate le ferie. Eppure, un minimo di ottimismo è necessario, oltre che corretto. Basti pensare ai dati sull’indebitamento in Italia, commentati in modo oggettivo e puntuale solo da pochi: il messaggio veicolato da tanti altri media è stato quello di una nazione con un tasso sempre più elevato di debiti, quindi con un forte gap da recuperare rispetto al resto del continente. Peccato che sia d’obbligo, analizzare in che modo una nazione d’indebita, per poter aver un quadro completo. Agir diversamente sarebbe come affermare che sta arrivando il tuono senza nemmeno aver visto il lampo.
L’estate bizzarra di cui sopra si chiude con numerosi interrogativi su un autunno che si presenta come uno dei più tempestosi degli ultimi anni. Ma se a livello meteorologico ancora non si conoscono le previsioni in tal senso, sul piano economico, le nubi si stanno addensando intorno all’Europa ed al nostro paese. Nubi che prendono il nome di inflazione, questione Alitalia, federalismo fiscale, senza contare le riforme al mercato del lavoro ed il processo liberalizzativo che deve procedere per portar un po’ di sana concorrenza nei nostri settori produttivi. Gli elementi di possibile disturbo sono assai minori rispetto al recente passato e l’urgenza nell’azione può giovare alla causa. Riprendere il cammino non sarà facile, specialmente se la ricetta sarà condita con il vittimismo italico che tanto ci caratterizza. Gli esempi positivi di innovazione, eccellenza, riscatto e ripresa economica sono molteplici, anche se la nostra memoria sembra essere afflitta da disturbi notevoli. Per una volta tanto, che si cerchi di essere ottimisti e pragmatici, oltre che consapevoli della posizione di vantaggio competitivo in cui l’attuale esecutivo si ritrova. Ma bisogna anche fare attenzione alle scelte da prendere: il rischio di dimenticare le proprie radici è sempre più forte e sentito. L’economia di mercato ha dimostrato negli anni che è la via, insieme con il capitalismo, per portare benessere dove questo c’è solamente miseria, dato che è la condizione di partenza di tutti noi. Rinnegare questo, significa rinnegare ciò che ci ha permesso di essere quello che siamo.

September 2, 2008 Posted by FG | Economics, Italy | | No Comments

Scarsa concorrenza e costo delle materie prime spingono l’inflazione

L’inflazione è uno dei temi economici più caldi in questo momento. Quello che deve far riflettere è la discussione riguardante i natali della piaga che insieme con lo shock petrolifero, la corsa al rialzo dei prezzi delle commodities e i defaults legati ai mutui subprime, sta mettendo in ginocchio l’economia mondiale.
I moniti riguardo al problema di tendenze inflazionistiche sempre più consistenti giungono ormai da tutte le parti. Fondo Monetario Internazionale, Ocse, Federal Reserve, Bce concordano sul fatto che a livello globale molti assetti sono stati ridefiniti. Proprio il FMI ha rivisto nuovamente al ribasso le stime mondiali di crescita economica e tassi d’inflazione per il 2009.
Eppure c’è chi non è del tutto pessimista per quanto riguarda il nesso petrolio-inflazione, come Mario Draghi, governatore di Bankitalia, che ricorda come «il nostro successo fino ad oggi nel controllo delle aspettative di inflazione dipende in modo cruciale dalle lezioni che abbiamo appreso dagli shock al prezzo del petrolio degli anni settanta. L’esperienza degli anni recenti fornisce una palese dimostrazione dei benefici di una politica monetaria credibile, anche nella congiuntura attuale». Le parole di Draghi, tuttavia, lasciano l’amaro in bocca, specie osservando gli indicatori macroeconomici e la crescita tendenziale della stessa inflazione, attestatasi al 3,8% in Italia, al 4% in Ue e negli Usa. Il primo colpevole, ragionevolmente, sembra essere proprio la concomitanza di alti prezzi di petrolio e materie prime, ma il prof. Franco Bruni, dalle colonne de La Stampa, non è d’accordo sull’importazione di tal fenomeno: «E’ ormai arbitrario cercare di distinguere l’inflazione importata da quella di origine interna. La pressione inflazionistica si forma a livello globale, ma la politica monetaria che contribuisce a determinarla è decisa a livello europeo».
Bene, cioè male, perché torniamo al punto di partenza. Possiamo non considerare l’ascesa del livello generale dei prezzi come una variabile esogena? La tesi del prof. Bruni è molto suggestiva, perché sposta l’attenzione, almeno a livello europeo, sulle scelte di politica monetaria, ma sembra dimenticarsi di due fattori. Primo, che anche l’America sta vivendo il problema analogo all’Ue e secondo, che la Bce ha sempre scelto linee monetarie restrittive, ben conscia del rischio che si stava correndo, tutto il contrario delle decisioni indulgenti delle Fed. Eppure, la tanto temuta escalation dei prezzi è giunta lo stesso. Appurato che il perturbamento nella curva di offerta di materie prime e greggio sembra essere tale da giustificare una parte del fenomeno, è ovvio che non si può scaricar ogni colpa al di fuori dei nostri confini territoriali. Questo perché la variabile endogena dell’inflazione, almeno in Italia, ha giocato (e gioca) un ruolo importante. Come? Semplicemente attraverso tutti quei meccanismi di scarsa concorrenzialità di cui siamo stati spettatori negli ultimi anni, un esempio per tutti può essere il caso delle assicurazioni Rc auto. Ma gli esempi sono numerosi e riguardano (soprattutto) la spesa di tutti i giorni. Si pensi anche all’Euro ed alla sua entrata in vigore: ciò che costava 30mila Lire, ora ha raddoppiato il suo prezzo.
Ma questa è solo una parte delle cause che ha generato (e continua a farlo) l’inflazione che osserviamo. Si può dire quindi che l’inflazione è importata? In parte si, con un meccanismo logico. Riflettiamo: se il prezzo del petrolio raddoppia nel giro di pochi mesi, queste maggiorazioni indubbiamente si trasferiscono sui consumatori del bene che, in base alla loro posizione più o meno dominante, decidono di agire per ristabilire l’equilibrio perduto. Il problema è proprio nell’interpretazione delle due fasi, quella di importazione e quella di incremento sul mercato nazionale.
Inoltre, da non sottovalutare anche l’incidenza delle politiche monetarie di cui sopra. Il ruolo della Bce, negli ultimi mesi, è sempre stato quello di controllare l’inflazione, come ripetuto fino allo sfinimento da Jean-Claude Trichet. Eppure, non è servito a molto. Forse perché con la leva della Bce si possono sedare le spire inflazionistiche endogene e meno quelle esogene, dato che il protezionismo è fin troppo arcaico?
L’impressione è che certamente una parte della tendenza inflattiva sia naturalmente creata all’interno delle economie nazionali, ma il trasferimento dei costi delle materie prime sono troppo elevati per essere ignorati o sottovalutati. Il rischio è quello di perdere ulteriore tempo prezioso, tempo che potrebbe essere utilizzato per ritrovar l’equilibrio, anche se semplice non è.

Da L’Occidentale del 21 Luglio 2008

July 22, 2008 Posted by FG | Economics, Italy, World | | No Comments

Qualcuno parla già di recessione…

Qualcuno parla già di recessione, altri sono più cautamente di forte rallentamento, alcuni proprio non entrano nell’argomento. Ma è indubbio che un dato come quello registrato dall’Istat sullo stato della nostra produzione industriale non può che essere incontrovertibilmente negativo. E non importa nemmeno se i nostri vicini di casa sono messi anche peggio, come la Francia.

Le cifre parlano chiaro: crollo del 6,6% dell’indice tendenziale nello scorso maggio, calo dell’1,4% congiunturale, diminuzione di quasi un punto percentuale (0,9%) da inizio anno. Ed anche purificando i dati valutando solamente i giorni lavorativi, il risultato non cambia di molto: riduzione tendenziale del 4,1%. Ad essere maggiormente colpiti i beni durevoli ed il comparto energetico. Proprio le variazioni negative sui durables sono quelle che fanno più preoccupare gli analisti macroeconomici, dato che da sempre essi sono un valido indicatore sullo stato economico di un paese. Sul fronte dell’energia, capitombolo per tutto il settore della raffinazione di petrolio (-14,4%), quasi a voler testimoniare la volatilità delle operazioni speculative sul prezzo del greggio che tanto hanno fatto discutere la sfera politica. Negativo anche il commento di Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria, che si è detta preoccupata perché «siamo in una fase di peggioramento della congiuntura» e che «da tempo sottolineiamo che l’economia sta andando male». Un po’ come scoprire l’acqua calda: almeno Luca Cordero di Montezemolo avrebbe avuto uno charme mediatico molto maggiore rispetto a lei.
Abbiamo quindi un’economia che sta rallentando sempre più la sua corsa, ma c’è anche chi preferisce guardare oltre le Alpi e commentare la situazione francese. Subito, infatti, si sono fatti i paragoni con le cifre diramate dell’istituto di statistica transalpino che ha notato il calo della produzione industriale di maggio, rispetto ad aprile (-2,6%). Bene, cioè male, perché in Francia v’è una sorta di altalena nell’industria, basta osservare il dato di aprile, con un +1,5%, per rendersi conto che i paragoni con l’Italia sono fuori luogo, senza scomodare altre variabili molto più complesse. Una flessione, quella italiana, che si può spiegare in molti modi, ma forse solamente uno è quello più difficile da obiettare.
Il sistema Italia è vecchio, obsoleto, come un enorme leviatano burocratico che impedisce al mercato di fare il suo corso. Alla luce di questo, come possiamo pensare che sia colpa solamente del petrolio, delle commodities agricole o della crisi dei subprime. Analizziamo le tre crisi in atto. Petrolio: passando il confine a Ventimiglia e viaggiando sull’autostrada francese molti automobilisti si saranno chiesti se avevano le allucinazioni. Perché? Perché i cartelli che indicano i prezzi dei carburanti nelle varie aree di servizio segnalavano la benzina verde ad 1,68€ al litro (28 giugno scorso). Ma in Italia il vittimismo imperante ci costringe ad affermare che sia solo colpa del petrolio se tutto aumenta. Peccato che la 27esima società al mondo (dati Forbes) sia proprio la nostra Eni, uno dei principali competitors sul mercato del greggio. Ed allora forse la colpa degli aumenti dei prezzi al consumo è da attribuire ai settori intermedi della filiera, piuttosto che colpire la fase di upstream?
Commodities: dopo il flop del vertice Fao a Roma, inutile aggiungere parole su questo tema, ma lo si fa ugualmente. L’influenza che le speculazioni sulle materie prime agricole nei confronti dell’Italia sembra essere marginale. Il timore, anche qui, è che qualche mela marcia nella filiera abbia peccato di gola. Ma soprattutto, sembra che speculare sia diventato un reato punibile con la pena capitale. Speculazione significa acquisto o vendita di un bene o di un titolo allo scopo di trarre vantaggio dalla variazione di valore dello stesso mediante l’effettuazione dell’operazione opposta a tempo opportuno (vedi De Mauro-Paravia). Bene, se io decido di giocare è perché conosco le regole del gioco e son pronto anche a sopportare un’eventuale perdita. In Italia quanti speculano con le commodities a tal punto da influenzare i mercati?
Subprime: il caso più eclatante. Finora non si registrano casi di interessi diretti da parte di istituti bancari italiani nell’esposizione alle cartolarizzazioni selvagge. Non si registrano o non sono stati comunicati? Domanda legittima, dato che le ipotesi possono essere due: o le banche italiane non hanno mai utilizzato questi strumenti (cdo, abs, rmbs, etc etc) oppure li hanno utilizzati (come sarebbe logicamente corretto), ma è meglio non dir nulla.
Troppo facile, quindi, gettar il bambino con l’acqua sporca, pensando che sia solo una colpa derivante dall’esterno e continuar la nostra operetta da vittime. Il calo della produzione industriale italiana è figlio dell’arretratezza strutturale che da troppi anni ci affligge e ci limite nella ricerca di una maggior competitività internazionale. Vincoli legislativi che devono essere spezzati, infrastrutture che debbono essere costruite, concorrenza che deve essere intesa nel modo più naturale possibile, un sistema fiscale che possa alimentare la crescita e non frenarla. Tutte misure che erano state preventivamente messe in agenda, ma che i due anni di Romano Prodi hanno messo nel dimenticatoio.

July 12, 2008 Posted by FG | Business, Economics, Italy | | No Comments

Ma siamo sicuri che la Spagna corre più dell’Italia?

Berlusconi e ZapateroSpagna vs Italia? 2 a 0, ovvio. Sembra così ovvio per tutti i quotidiani nostrani che, dopo la recente sconfitta calcistica, stanno constatando la nuova vittoria iberica sul fronte economico. Il Pil italiano subisce il colpo rispetto a quello spagnolo e viene sorpassato in modo brutale, questo è quello che si legge dappertutto. Ma è davvero così?
Innanzitutto, meglio chiarire di cosa si scrive. Per Prodotto Interno Lordo (Pil) si intende la produzione di beni e servizi finali all’interno dei confini territoriali di una nazione, indistintamente che sia appannaggio di residenti o non. Prendiamo l’esempio di una multinazionale che possiede stabilimenti in Italia: la produzione di essa destinata al consumo contribuirà alla formazione del Pil italiano. Come per ogni aggregato economico, si può calcolare anche la sua distribuzione. Basta semplicemente dividere il Pil per il numero degli abitanti, per trovar il valore pro capite. E qui cominciano le questioni diverse. Diverse da paese a paese. Prendiamo la popolazione italiana (circa 59 milioni di abitanti), quella spagnola (circa 46 milioni) e poi cerchiamo i rispettivi valori del Pil nominale: 2.104 miliardi di $ per Roma, 1.438 miliardi di $ per Madrid (dati Fmi, World Economic Outlook Database, aprile 2008). Se proviamo a trovare la quadratura del cerchio calcolando il valore per abitante, troveremo dei valori opposti rispetto a ciò che emerge dai giornali.
Infatti, si riportano solamente i dati Eurostat che tanto hanno fatto riflettere: data 100 la media del pil pro capite degli stati membri, l’Italia si attesta a 101, mentre la Spagna a 107, oltre sei punti di differenza (4 in più rispetto all’anno scorso). Questi dati sono comprensivi delle asimmetrie nel costo della vita che colpiscono i vari paesi. Differenze di salari, occupazione, indici di produttività e livello generale dei prezzi sono conteggiati in queste cifre, che quindi dovrebbero essere considerate più che mai attendibili. Ma il condizionale è d’obbligo, dato che il nuovo indice PPS (purchasing power standards) utilizzato da Eurostat ha introdotto nuove discriminanti che hanno abbassato notevolmente l’incidenza del reale costo della vita in Spagna, rispetto al vecchio metodo PPP (purchasing power parity). Cosa significa? Che con il vecchio metodo di valutazione, l’Italia sarebbe ancora davanti, anche grazie alle differenze nel tasso d’inflazione fra le due nazioni. 3,6% in Italia, 4,7% in Spagna: sono dati incontrovertibili e l’ipotesi che sia solo un problema di valutazione prende sempre più corpo, anche osservando le stime di crescita economica.
Del resto, anche il Fondo Monetario Internazionale ci dà una mano, portando nuovi dati proprio per quanto riguarda il 2007, il periodo preso in esame da Eurostat. Sempre osservando l’outlook dello scorso aprile, alla voce Pil a parità di potere d’acquisto (GDP for PPP) l’Italia registra un aggregato pari a 1.786 mld di $, mentre la Spagna si ferma a 1.351 mld di $. Se proprio volessimo far i vittimisti della situazione, dovremmo prendercela con il Brasile, che ci è esattamente davanti nella graduatoria del FMI. Eppure sembra che il massimo pericolo giunga dal paese del Flamenco e della paella. Questo pur sempre partendo dagli stessi dati relativi al Pil 2007, gli stessi utilizzati per il calcolo dall’istituzione europea, con la differenza sostanziale di un utilizzo differente delle variabili.
Un sorpasso che quindi è avvenuto oppure no? Secondo Washington non ancora (anche se è molto vicino), secondo Bruxelles e Roma sì. Questo è un fenomeno che ricorda l’effetto avuto nei bilanci societari italiani dall’entrata in vigore della normativa contabile internazionale Ias-Ifrs, che ha modificato non poco l’emergere di utili prima non presenti, con la sola introduzione di nuovi parametri. Questo treno mediatico a favore del sorpasso iberico, tuttavia, può giovare al nostro paese, dato che nelle condizioni peggiori siamo sempre stati in grado di tirare fuori il meglio di noi. L’idea di trovarsi in men che non si dica con un’economia rallentata a causa dei forti deficit strutturali che ci portiamo appresso, può essere un notevole volano per la crescita, a patto che anche l’azione di governo sia indirizzata verso lo stesso obiettivo.

Da L’Occidentale del 24 Giugno 2008

June 25, 2008 Posted by FG | Business, Economics, Europe, Italy | | 1 Comment