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Economics, Politics, Italy

Financial Times, bassa classifica per Tremonti

In un clima di continua incertezza finanziaria, con una recessione di fatto già insita nelle economie europee, giunge l’annuale classifica dei ministri dell’Economia degli Stati facenti parte dell’Unione Europea, stilata dal Financial Times. E le notizie che arrivano da Londra non sono particolarmente buone per l’Italia, considerato che il nostro Giulio Tremonti è stato relegato solamente al quindicesimo posto, davanti solo ai colleghi di Spagna, Irlanda e Portogallo.
Complice lo tsunami che ha letteralmente spazzato il mondo della finanza globale, facendo tornare alla mente il 1929, era molto elevata l’attesa di questa classifica dell’autorevole quotidiano inglese. Battendo il vincitore dell’anno scorso, il tedesco Peer Steinbruck che si è aggiudicato la piazza d’onore, ha vinto il finlandese Jyrki Katainen, giovane (37 anni) esponente del partito conservatore insediatosi nello scorso marzo. Al terzo posto, il sempiterno Jean-Claude Juncker, lussemburghese da sempre orientato ad essere uno degli esponenti di spicco della politica economica europea. Scorrendo la classifica troviamo al quarto posto lo svedese Anders Borg, che conferma il trend positivo della penisola scandinava. Al quinto si attesta l’Olanda, con Wouter Bos, mentre al posto successivo troviamo la prima sorpresa, la Slovacchia di Jan Pociatek, risultata prima nel ranking delle performance economiche, grazie agli ottimi dati fiscali. Per trovare i grandi, dobbiamo cercare nelle posizioni più lontane dalla vetta. Solo settima Christine Lagarde, Francia, ed addirittura quattordicesimo e quindicesimo posto per, rispettivamente, l’inglese Alistair Darling ed il nostro Giulio Tremonti, ex aequo con l’Ungheria. Maglia nera d’Europa, il Portogallo di Fernando Teixeira dos Santos.
Il FT ha valutato i ministri più virtuosi secondo un terzetto di criteri: politici, finanziari e di stabilità, facendo successivamente una media ponderata fra le componenti. Per il settore dei fattori politici lo ha fatto servendosi di una giuria di economisti ed esperti, fra cui l’italiano Marco Annunziata (chief economist UniCredit). Il loro compito è stato quello di giudicare l’efficacia delle politiche volte a contrastare la crisi finanziaria ed il prestigio dei singoli ministri all’interno dello scacchiere internazionale. La classifica economica prevede l’analisi di cinque voci: i bilanci del settore pubblico per il 2009, la variazione degli stessi dal 2004, il gettito fiscale in relazione al Pil, il cuneo fiscale per le imprese e la tassazione dei dividendi. Infine, la valutazione della percezione di solidità finanziaria durante il terremoto subprime, rappresenta il terzo ed ultimo criterio utilizzato per stilare la graduatoria. Va precisato, e tenuto a mente, che per quanto riguarda i cinque fattori finanziari di analisi, non si è tenuto conto di un solo anno, ma di un lustro per ben tre casi (dal 2002 al 2007 per gettito tributario e cuneo fiscale; dal 2003 al 2008 per l’ultima voce). Questo può aiutare a capire in quale ottica bisogna valutare le varie performance, compresa quella italiana, certamente non lusinghiera.
Il finlandese Katainen, eletto lo scorso marzo, ha ereditato una situazione certo non pesante dal precedente esecutivo, elemento che gli ha permesso di poter agevolmente vincere la corsa per il primo posto, anche considerando la sostanziale solidità che il sistema finanziario finlandese ha mostrato. Proprio lo stesso Katainen ha ribadito, in un’intervista dello scorso lunedì al quotidiano londinese, che «le nostre banche sono in ottima forma, le nostre finanze sono in ottima forma». Non per nulla, caso più unico che raro in questo periodo storico, la Finlandia potrebbe anche registrare un avanzo primario per il prossimo anno.
Fra gli illustri sconfitti, Francia e Gran Bretagna, seppure con un risultato altalenante. La guida dei ministeri del Tesoro dei primi due è in mano a due avvocati, Darling e Lagarde, che pagano pegno per alcuni fattori particolari. L’inglese per il bailout di Northern Rock nel settembre 2007, la francese invece per la scarsa chiarezza sulle posizioni di Parigi in merito alla crisi finanziaria: in entrambi sono stati letali i risultati nel mero campo valutativo economico, dato che in quello politico sono risultati primo e seconda. La conferma della fondamentale rilevanza dei due paesi sul piano delle relazioni internazionali non deve quindi preoccupare, piuttosto l’allarme deve giungere dall’ambito economico.
Differente invece il discorso per l’Italia, che paga, e dolorosamente, un quinquennio (2002-2007) che di certo semplice non è stato, né sul piano politico né sul piano dei conti. Colpiscono come una scure i dati sul rapporto pressione fiscale/Pil e sull’imposizione tributaria alle imprese. Le tasse sul reddito imponibile perennemente oltre il 40%, contro una media del 32% della Finlandia, e le imprese che debbono letteralmente barcamenarsi fra gabelle e balzelli di ogni foggia contribuiscono ad affossare la nostra posizione. Certamente ha contribuito anche tutta la malsana gestione dell’affaire Alitalia, enorme fagocitatore di risorse del Tesoro, esattamente come tutti gli sprechi esistenti fra le pubbliche amministrazioni, piccole o grandi che siano. Proprio in questo senso, sarà suggestivo osservare la classifica del Financial Times negli anni a venire, dato che i migliori risultati di Tremonti sono stati registrati proprio nelle previsioni di spesa pubblica per il prossimo anno e nella variazione della stessa prendendo come anno base il 2004. Considerando i dati concernenti le uscite, il biennio 2006-2008 è stato all’insegna della spesa allegra, se il quinquennio precedente è stato tacciato di essere quello della finanza creativa.
La strada da percorrere non è delle più rosee, specie considerando la congiuntura non certo favorevole. Questo vale tanto per l’Italia quanto per il resto d’Europa, dato che la suddivisione degli effetti derivanti dai mutui impazziti è assolutamente egualitaria. Lo stesso quotidiano ricorda che è necessario un riassetto veloce delle componenti tributarie, al fine di sostenere una crescita economica in forte contrazione. Proprio quest’ultima, al di là delle classifiche, dovrà essere il principale obiettivo dei ministri delle Finanze dei Paesi Membri nel prossimo triennio.

Da Il Riformista del 19 Novembre 2008

November 20, 2008 Posted by FG | Economics, Europe, Italy | | No Comments

Tutto quello che l’Europa avrebbe dovuto fare ma non ha fatto

Finalmente se ne sono accorti. A Bruxelles, da un paio di settimane, abusano della parola recessione. La lungimiranza, ormai lo si è compreso, non è la dote principale della Commissione Europea, come non lo è della Banca Centrale Europea. Si, perché in fin dei conti, se si fosse agito in modo differente, forse lo scenario economico per i prossimi anni sarebbe stato più positivo. Che tutto il marcio della crisi subprime, almeno a livello industriale, si sarebbe vissuto nel 2009, era chiaro da tempo. Ma che l’incidenza fosse così considerevole, lo pensavano in pochi a Bruxelles.
Partendo dai dati, non è arduo commentare la correzione al ribasso che è stata prevista per il 2009, una crescita dello 0,1%, con otto paesi in stagnazione e tre in recessione tecnica (due trimestri consecutivi di crescita negativa del Pil), fra cui anche l’Italia. La ripresa, seppure minima, attestata secondo le stime intorno allo 0,9%, si potrà osservare solamente nel 2010. In questi casi, le parole si caricano di allegorie che cercano laconicamente di addolcire la pillola: «L’orizzonte economico si è significativamente oscurato con la crisi finanziaria che ha colpito l’economia europea» ha affermato Joaquin Almunia, commissario UE agli affari economici e monetari. Certo è che i subprimes hanno influito molto sulla flessione del Pil, ma anche l’Europa ci ha messo del suo.
In primis, nella valutazione della crisi stessa, snobbandola all’inverosimile tacciandola di essere una questione prettamente statunitense. Un conto è ritenere differenti due economie, quella americana e quella europea, un altro è viaggiare a compartimenti stagni non considerando le relazioni che intercorrono fra esse. La smania di controbattere le spire inflazionistiche che hanno imperversato nell’Eurozona per tutta la prima parte del 2008 hanno ottenebrato le menti del Board della Bce che hanno agito in modo discutibile sui tassi d’interesse. Ignorando le variabili esogene che stavano alla base della variazione dei prezzi al consumo, hanno alzato il costo del denaro, ponendo le basi per un fenomeno particolare. Da una parte, lentamente ma inesorabilmente, cominciavano le basi per un credit crunch con pochi eguali, dall’altra le stesse imprese vedevano impennarsi sempre più i costi delle materie prime e continuavano a domandarsi quale sarebbe stata l’evoluzione finale della crisi. Il risultato lo vediamo solo ora, marginalmente, e lo vivremo negativamente il prossimo anno. La chiusura di numerosi stabilimenti per un periodo natalizio che di festivo, quest’anno, ha ben poco e la cassa integrazione che comincia a non essere più sufficiente a soddisfare la domanda, sono alcuni degli elementi che fanno intuire la gravità della situazione.
Infatti, come ricorda anche il Wall Street Journal, il secondo fattore di responsabilità dell’UE è da ricercarsi proprio a partire dal settore più in crisi insieme con il bancario, quello automotive. Pochi giorni fa è stato varato un piano che prevede lo stanziamento di 40 miliardi di euro, da parte della Banca Europea degli Investimenti (Bei), «a sostegno dell’innovazione e della ricerca finalizzata all’efficienza energetica e all’abbattimento delle emissioni». Questo secondo le parole di Guenter Verheugen, commissario UE alle imprese, e Christian Streiff, numero uno di PSA (Citroen, Peugeot) e presidente di turno dell’Acea, l’associazione europea dei costruttori d’automobili. Peccato che proprio PSA sia uno dei gruppi maggiormente colpiti dalla crisi industriale, costretto ad una drastica riduzione dei volumi di produzione per il quarto trimestre 2008 ed i primi due dell’anno venturo. Non sarà mica, quindi, che dietro alla facciata dell’innovazione tecnologica, l’UE sta fornendo una gran dose di liquidità ad un settore completamente immerso nelle sabbie mobili? Non sarebbe la prima volta, se ripensiamo a tutto quello che è stato fatto per le banche. Gli effetti collaterali, tuttavia, si riverserebbero in gran parte sui cittadini europei.
Proprio i gruppi bancari, oltre ad aver liquidità garantita fino al 2009, hanno ricevuto praticamente tutto ciò che volevano dall’UE (salvataggi compresi), scontando in minima parte le proprie responsabilità. La Bce, lo si è scritto tempo fa, ha peccato principalmente nella tempistica e nella perseveranza di un obiettivo, quello della stabilità dei prezzi, quando in realtà il mondo andava in un’altra direzione. L’apertura incondizionata dei rubinetti monetari e la scarsa sicurezza nell’assunzione di una posizione solida hanno portato le imprese a rivedere al ribasso le proprie aspettative, già limitate da finanziamenti che non giungevano. Ora si scopre l’acqua calda, affermando con dovizia di numeri, cifre, calcoli, stime, grafici e quant’altro, che l’economia europea è ufficialmente in recessione, o sta per esserlo. Forse era più opportuno accorgersene prima, dato che i sintomi erano tutti presenti.
E se qualcuno si chiederà com’è la situazione italiana, eccola servita: calo della produzione industriale, dei consumi ed aumento del tasso di disoccupazione. Se uniamo il tutto ad un ricorso sempre maggiore del credito al consumo ed una domanda aggregata negativa (-0,3%) per il 2008, stagnante nel 2009 (0,1%) e solo nel 2010 in flebile ascesa (0,6%), comprendiamo quanto sia colmo di ostacoli il percorso. Dopo la crisi finanziaria, prepariamoci per quella industriale. E purtroppo, se la casalinga di Voghera non si era accorta della prima, certamente si renderà conto della seconda.

Da L’Occidentale del 4 Novembre 2008

November 5, 2008 Posted by FG | Business, Economics, Europe | | No Comments

In Germania trema il colosso Hypo, ma la Merkel vara una misura d’emergenza

Hypo RE

Hypo RE

Il sospetto che il virus dei subprimes stesse ufficialmente contagiando l’Europa si era fatto più forte già dal salvataggio dell’istituto di credito belga-olandese Fortis. Eppure la vera fase di crisi sta per cominciare grazie al colosso dei mutui immobiliari teutonici, Hypo Real Estate. Quali sono i pericoli per il sistema finanziario europeo?
Ieri, la Germania, locomotiva dell’economia comunitaria, ha tremato davanti a Hypo RE, ennesima vittima delle cartolarizzazioni selvagge che hanno messo in ginocchio Lehman Brothers & Co. L’istituto di credito con sede a Monaco di Baviera, numero due in Germania nel settore dei mutui immobiliari, è stato infatti violentemente trascinato nel terremoto dei subprimes, con svalutazioni applicate ai bilanci per circa 8,5 miliardi di euro. Memori dei casi appena accaduti oltreoceano, i vertici della banca hanno prontamente cercato una via d’uscita per il salvataggio, chiedendo l’apertura di una linea di credito di 35 miliardi tramite il governo ed una cordata di altre istituzioni bancarie tedesche. Nei giorni scorsi il ministro delle Finanze, Peer Steinbrück (Spd), aveva già espresso la decisione di non superare il tetto di 26,5 miliardi di euro per il bailout di Hypo, confermando che i restanti 9 sarebbero stati appannaggio del mercato, mercato che nelle ultime ore ha però compreso l’antifona ed elegantemente cercato di evitar l’appestato.
Infatti Deutsche Bank, fra le banche interessate al piano, ha considerato la situazione patrimoniale ed economica di Hypo non idonea ad essere oggetto di un suo intervento. Il motivo è proprio la sottostimata crisi di liquidità che sta mettendo in ginocchio il colosso dei mutui, in particolar modo tramite la sua divisione irlandese Depfa Bank, per la quale il governo di Dublino ha già smentito l’erogazione di ogni genere di aiuto di Stato. L’ombra nera del fallimento è però stata allontanata proprio dal deciso intervento della signora Merkel, che nella tarda serata di ieri ha annunciato un’operazione che va ben oltre le aspettative iniziali. Innanzitutto l’esecutivo federale varerà in tempi brevi una riforma della legge sulle garanzie dei depositi bancari (EdB). Finora solo il 90% dei conti corrente e fino alla somma di 20.000 euro era coperto dalla garanzia governativa.
Nello specifico il piano di salvataggio prevede invece lo stanziamento di 35 miliardi di euro da parte della Bundesbank, necessari per fornire un minimo di cash flow alla banca bavarese. Ad ulteriori 15 miliardi ammonta la cifra degli aiuti forniti dalla cordata di banche e società assicurative. In totale sarebbero cioè 50 i miliardi di cui Hypo potrebbe giovarsi per i suoi bisogni di cassa immediati. Alcune stime della Deutsche Bank, tuttavia, chiariscono come per l’anno venturo l’afflusso di liquidità potrebbe vertiginosamente aumentare e sfiorare i 100 miliardi di euro, rendendo necessari altri interventi per scongiurare il fallimento. Il rischio insomma è che la soluzione messa in campo ieri costituisca un mero palliativo, non certo sufficiente ad attutire i rischi di liquidità. In barba a chi domandava con energia che il sistema finanziario estirpasse le erbacce da sé si è comunque arrivati a questo imponente bailout, tra i più grandi della storia finanziaria tedesca del dopoguerra. Ci si domanda ora quale sarà il comportamento della Bce per preservare la stabilità economica: indulgenza stile Federal Reserve o pugno di ferro? Considerando la posta in gioco, forse sarebbe meglio la seconda opzione.

Da L’Occidentale del 6 Ottobre 2008, in collaborazione con Giovanni Boggero

October 7, 2008 Posted by FG | Business, Economics, Europe | | No Comments

L’Ocse taglia le stime di crescita, ma il Governo ha preso la strada giusta

L’Italia è ferma. Quello che emerge dalle ultime previsioni Ocse in merito alla crescita del Pil per il 2008 è sostanzialmente questo.
Jorgen Elmeskov, capo economista Ocse, ha presentato a Parigi i dati concernenti il trend di crescita mondiali, comprendenti le macroaree dell’Eurozona, degli Stati Uniti e, andando più in profondità, delle aree nazionali, fra cui anche dell’Italia.
Rispetto alla stima del giugno scorso, perdiamo un secco 0,4%, arrivando al valore di +0,1% per il 2008. Pesano molto le frenate del terzo (+0,0%) e quarto (+0,6%) trimestre, generalizzate in tutta Europa, come dimostra il dato dell’economia tedesca, universalmente riconosciuta come il treno continentale. Un treno che si è fermato nel terzo trimestre (0,0%), riprenderà leggermente nel quarto (0,1%), ma che potrà contare su un valore assoluto di tutto rispetto per l’anno in corso (1,5%). Difficile, quindi, per l’economia UE poter contare su un miglioramento della situazione attuale, anche considerando le situazioni di Francia (+1% annuo) e Regno Unito (+1,2% annuo), quest’ultima con una recessione negli ultimi due trimestri dell’anno. Le previsioni Ocse sono state ulteriormente tagliate passando dall’1,7% di giugno all’1,2% di oggi, sintomo che i turbamenti dei mercati non sono ancora terminati, ma destinati a perdurare per buona parte del 2009. Ma anche l’inflazione gioca un ruolo cruciale in questo trend negativo, anche se non propriamente come lo dipingono numerosi media. Pensiamo al valore comunitario HICP (Harmonised Indices of Consumer Prices), stimato intorno al 4,1%: se lo raffina dei settori energetici, tabacco, cibo e alcolici il dato arriva a quota 1,7%. Questo significa che la componente esogena rimane la prevalente. Stesso discorso per l’inflazione americana, che nonostante una buona performance di crescita tendenziale (+3,3%) non riesce a stimolare la domanda interna e si affida solamente alla bilancia commerciale.
Secondo l’Ocse sono tre le principali cause del fenomeno economico che sta avvenendo in Europa (e non solo). La crisi dei mercati finanziari, il downturn dell’immobiliare americano e l’aumento dei prezzi delle materie prime, ecco cosa sta mettendo in ginocchio anche l’Italia. Bene, cioè male, perché è da oltre un anno che si conoscono i colpevoli, ma non la cura.
Se finora è stato il prezzo del petrolio in costante aumento a turbare i sogni degli italiani, ora anche il comparto alimentare è il più flagellato. Osservando i grafici diramati dall’Ocse, si nota come dopo il picco del maggio/giugno scorso, il brent si è corretto leggermente al ribasso, facendo calare i prezzi dei carburanti. Chi invece non ha subito correzioni sensibili sono state proprie le materie prime alimentari, che dalla metà del 2006 hanno vertiginosamente visto salire il proprio indice da quota 130 a quota 260 (anno 2000=100). Questo si è tradotto in quello che possiamo osservare ogni giorno nei nostri supermercati, con cibi come pasta o pane che hanno visto duplicare o quasi il loro prezzo.
Purtroppo però, non di sola inflazione stiamo patendo. C’è anche il deficit strutturale e siamo afflitti da lacune in termini di liberalizzazioni senza contare le annose questioni del debito pubblico e di una fiscalità troppo alta. Con la consapevolezza perfino dall’Ocse che stiamo vivendo una fase stagflattiva, l’urgenza è quella di foraggiare l’offerta interna, aumentando le possibilità di accesso all’imprenditorialità, limitando la posizione dello Stato nel processo economico. In altre parole, meno burocrazia e migliori condizioni per l’accesso al credito, invece che il mantenimento di figure impotenti come Mr. Prezzi, al secolo Antonello Lirosi, uno degli ultimi retaggi del governo Prodi. Tutto questo senza dimenticare il processo innovativo di cui si sta facendo alfiere il ministro della Funzione Pubblica, Renato Brunetta, che sembra aver trovato la quadratura del cerchio nel ridurre le spese correnti e l’assenteismo italico. Agire in modo da valutar meglio la situazione congiunturale è l’opzione migliore, invece che scaricar colpe sul passato o insistere coi paraocchi. La situazione non è buona, ma si può approfittar di essa per portar quel vento innovativo di cui tanto l’economia italiana ha bisogno.

Da L’Occidentale del 2 Settembre 2008

September 3, 2008 Posted by FG | Economics, Europe, Italy, World | | No Comments

Il crollo del cambio euro/dollaro è il preludio alla recessione Ue?

Nuove nubi si addensano sull’economia europea. Come se non bastassero l’estesa crisi geopolitica ed un’inflazione crescente, l’Euro continua a perdere terreno nei confronti del dollaro americano. Cosa sta spaventando il mercato valutario? In che modo la Bce ha perso importanti quote di credibilità?
Volgendo lo sguardo indietro di pochi mesi, pochi avrebbero scommesso su una così repentina inversione di tendenza nel rapporto post-crisi subprime fra UE e Stati Uniti. Eppure, qualcosa si poteva già ipotizzare. Osservando lo storico del cambio, si può notare che, dopo il culmine registrato verso la metà di luglio, il valore ha iniziato il suo crollo, fino a toccare il minimo intorno a quota 1,45 in poco meno di un mese. I colpevoli sembrano essere almeno tre, di cui due con passaporto europeo. Da un lato, le politiche monetarie della Bce che, per controllare un tasso inflattivo ritenuto (in malafede) in prevalenza endogeno, ha applicato una correzione al rialzo dei tassi di riferimento e di sconto della moneta unica. Il risultato è stato la creazione di aspettative negative negli operatori del mercato, avveratesi non appena sono giunti i dati concernenti la produzione industriale e il trend congiunturale dell’Eurozona. Notevole la flessione teutonica nel secondo trimestre rispetto a quello precedente (-0,5%), ormai consolidati i tagli alle stime di crescita da parte del FMI (+1,4% nel 2008, +0,9% nel 2009), in aumento il fenomeno inflazionario. Proprio l’istituzione di Washington ha gettato benzina sul fuoco, facendo intuire che la crisi economica in Europa non ha ancora mostrato la sua reale entità in questi mesi, sia a livello delle singole nazioni sia a livello transnazionale.
Ma il fuoco era acceso già da tempo, grazie al secondo colpevole, sempre di matrice europea. Un nemico che prende il nome di tardività, la stessa nel comprendere il carattere esogeno dell’inflazione che sta flagellando Eurolandia. Lorenzo Bini Smaghi, membro del Board della Bce, ha ribadito che «se la banca centrale decidesse di stimolare l’economia con un taglio dei tassi, questo avrebbe l’effetto di aumentare l’inflazione. Siamo sicuri che è quello che vogliamo?» ricordando che «non c’erano alternative se volevamo evitare un peggioramento della spirale dei prezzi». Peccato che proprio la lentezza nel comprendere la dinamica d’importazione degli aumenti dei prezzi è stata determinante nel crollo del cross euro-dollaro, facendo guadagnare posizioni al biglietto verde nel mercato Forex.
Il terzo colpevole di questa tendenza sfavorevole sembra essere il prezzo del petrolio in sensibile caduta nelle ultime 6 settimane. Anche questo ha provocato un rimbalzo positivo per gli Stati Uniti nelle aspettative degli operatori, che ha avuto ripercussioni sugli scambi in dollari. Lo stesso oro nero ha agito negativamente nei confronti dell’Europa, importando nei suoi mercati una dose consistente della stessa inflazione di cui sopra. Il trend previsto dagli analisti è quello di un ulteriore ribasso intorno ai 105 dollari, in attesa di un rally autunnale, alimentato anche dalle reminiscenze di guerra fredda fra Russia ed America. Ma potrebbe anche accadere che la relazione (finora de facto) fra dollaro debole e petrolio alle stelle possa incrinarsi, specie considerando i venti di recessione che spirano sui territori europei.
Tuttavia non bisogna correre il rischio di dimenticare che la crisi finanziaria legata ai subprime continua a mietere vittime negli Usa, come dimostrano con cadenza giornaliera le svalutazioni applicate ai bilanci da numerose banche commerciali. Un dollaro in ripresa è quindi utile per un bilanciamento della domanda interna attraverso le esportazioni, come ricorda Martin Feldstein di Harvard. Proprio questa variazione con carattere ciclico, sembra ricordare il fenomeno del 2005 in cui, dopo una crescita della forza dell’Euro, quest’ultimo si è rialzato, vivendo una correzione durata circa 10 mesi, in concomitanza con un periodo di crescita zero per il Vecchio Continente.
Il sentore è che gli errori di valutazione siano stati molti, nell’ultimo anno. Si era auspicato che gli Usa avrebbero vissuto una recessione di notevole portata, mentre i dati inerenti la crescita sono ancora apprezzabili. Si era auspicato che l’Europa non avrebbe risentito troppo della crisi subprime e che avrebbe assunto un ruolo di prim’ordine nello scacchiere economico mondiale, mentre ora si ritrova con tutti i sintomi della stagflazione ed una moneta in netta discesa. Il futuro non è ancora stato scritto, ma è fondamentale per la Bce agire con lungimiranza sulle leve monetarie. Il pericolo, oltre a quello di perdere quotazioni internazionali, è quello di ritrovarsi nelle sabbie mobili in men che non si dica. Ma forse lo siamo già, solo che siamo troppo impegnati a guardarci intorno, piuttosto che guardar le nostre gambe che sprofondano.

Da L’Occidentale del 30 Agosto 2008

August 31, 2008 Posted by FG | Economics, Europe, World | | No Comments