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Economics, Politics, Italy

Anche Toyota va in pezzi e il 2009 sarà molto peggio

La crisi economica mondiale colpisce anche un colosso come Toyota. Il costruttore nipponico ha ridotto le stime in merito ai risultati per l’esercizio in corso e ha svalutato i propri bilanci per oltre 150 miliardi di yen, circa 1,7 miliardi di dollari. Quello che giunge dal primo produttore d’automobili al mondo è un segnale esemplificativo di una crisi ben più profonda delle aspettative.
La società di Nagoya per la prima volta in 71 anni si appresta a registrare una perdita operativa, dopo la riduzione degli utili netti del 91%, da 550 miliardi di yen a soli 50 miliardi, 556 milioni di dollari. Il bilancio che si chiuderà il 31 marzo 2009 vedrà il gruppo in una situazione ben peggiore delle previsioni di inizio esercizio. Ma il peggio dovrà ancora verificarsi, dato che per il 2008/2009 è stata ipotizzata una contrazione delle vendite nell’ordine dell’8,5%, con meno di 8 milioni di autoveicoli venduti.
Per Toyota, che dalla sua fondazione rappresenta un modello industriale vincente, il 2008 ha quindi rappresentato un importante turning point del suo business. Il 2009 vedrà il gruppo ridurre fino a 11 miliardi di dollari i propri investimenti, riducendo la produzione nei nuovi stabilimenti, come quello indiano, ed apportando svariati tagli per ridurre i costi. Il tutto per far fronte ad una domanda globale che sembra sempre più in contrazione.
Nemmeno un simbolo importante come Toyota è indenne ad una crisi che sta investendo sempre più anche il settore industriale, sebbene sia iniziata in quello finanziario. Le commistioni fra i due mondi sono così intense che sarebbe stato molto arduo non immaginare un tal epilogo, nonostante alcuni predicavano il contrario con vigore. La crisi di Toyota emerge ancora di più dalla parole dei suoi vertici, che per la prima volta parlano apertamente di difficoltà.
“Stiamo fronteggiando una situazione d’emergenza senza precedenti” dice il presidente Katsuaki Watanabe, ricordando come “le condizioni globali possono anche peggiorare ulteriormente”. Il numero uno del gruppo nipponico ha rassicurato dipendenti e azionisti affermando che non sono previsti licenziamenti delle parti stabili di organico. Allo stesso modo, non sono in discussione richieste di sostegno da parte di terze parti. Nessun coinvolgimento di private equity, nessun riferimento ad eventuali aiuti di stato da parte del Giappone, nemmeno in una situazione complicata come quella odierna. Il pensiero vola al recente intervento da parte dell’amministrazione americana a salvaguardia del mercato automobilistico del Nord America. General Motors e Chrysler riceveranno quasi 20 miliardi di dollari per contrastare la spirale di svalutazioni cominciate con il crollo del castello di carte dei mutui subprime nell’agosto 2007.
La recessione di fatto che sta avvolgendo tutti i paesi industrializzati, nelle previsioni di IMF e OECD, potrebbe, tanto velocemente quanto improvvisamente, peggiorare e coinvolgere anche settori fino ad ora non contemplati. Le stime di crescita del prodotto interno lordo mondiale si stanno riducendo sempre più e il timore di una flessione ancora maggiore è reale, specie considerando come la crisi del mercato del credito al consumo non sia fantaeconomia.
Dallo scoppio della bolla subprime ad oggi sono successi molti eventi drammatici, come i casi Bear Stearns e Lehman Brothers, e sono stati spesi miliardi su miliardi per fronteggiare una vera e propria ecatombe dei listini borsistici. Per la precisione, considerando anche il recente piano di 17,4 miliardi per i costruttori di Detroit, la somma dei soldi utilizzati per far ritrovar un equilibrio ai mercati e ripristinare le perdite societarie è di oltre 8mila miliardi di dollari, come ricordato da Barry L. Ritholtz, top manager di Ritholtz Capital Partners.
Che il 2007 sia stato solo il preludio è stato appurato. Non si deve correre il rischio di credere che il 2009 non sia altro che il secondo atto di una tragedia iniziata nel 2008. Bisogna solo sperare che l’autore di quest’opera non abbia in serbo altri, numerosi, atti per la platea.

Da L’Occidentale del 23 Dicembre 2008

December 24, 2008 Posted by FG | Business, Economics, World | | No Comments

Bush tiene in vita Detroit ma quanto durerà?

Buon Natale General Motors, buon Natale Chrysler! Giusto in tempo per le festività natalizie arriva per Detroit un Babbo Natale che ha le sembianze di George W. Bush. Il piano di salvataggio per il settore automobilistico statunitense è stato alla fine approvato. Sono 17,4 i miliardi di dollari che hanno le sembianze più di una boccata di ossigeno che altro e rappresentano un traghetto per GM e Chrysler, fino al nuovo anno.
In netto contrasto con quanto deciso il 12 dicembre dal Senato, in cui la proposta di bailout non è passata in giudicato per una manciata di voti, il presidente uscente Bush ha deciso di mettere mano al portafoglio ed elargire nuovamente liquidità ai mercati, in questo caso ad uno dei settori più colpiti dalla crisi economica, quello automotive. Rick Wagoner e Robert Nardelli, rispettivamente CEO di GM e Chrysler, hanno richiesto a gran voce un sostegno per le attività economiche dei gruppi che gestivano, fino al raggiungimento di un accordo con l’amministrazione americana. Ford, attraverso il suo amministratore delegato Alan Mullaly, conferma le posizioni assunte nelle scorse settimane, secondo cui un’eventuale linea di credito con il governo sarà aperta solo nel caso di un peggioramento congiunturale.
I miliardi messi a disposizione sono 17,4: immediatamente saranno serviti sul piatto 13,4 miliardi, a cui ne faranno seguito altri quattro in febbraio. Il tasso d’interesse a cui è emesso il prestito sarà pari al 5% del debito e dovrà, per entrambe le società, essere rimborsato entro il 29 dicembre 2011. I soldi saranno elargiti tramite il Troubled Asset Relief Program (TARP), il piano da oltre 700 miliardi creato dal Segretario al Tesoro Usa, Henry Paulson. Il prestito servirà alle società per divenire nuovamente finanziariamente stabili e vitali. Se questo non avverrà entro il 31 marzo 2009, il governo americano richiederà indietro la somma in questione, in via anticipata. Non si tratta quindi di un prestito a fondo perduto, insomma, e nemmeno di una mera concessione di liquidità, almeno sulla carta.
Infatti, GM e Chrysler dovranno adeguare le rispettive spese di gestione amministrativa, diminuendo benefits quali alberghi di lusso e jet privati in dotazione al top management, che vedrà anche un sensibile ridimensionamento delle retribuzioni con l’anno nuovo. Ma non basta, dato che Detroit dovrà saper mutare la classica tendenza produttiva di motori ad alto coefficiente di emissioni, in un mondo che richiede a gran voce fonti rinnovabili e pulite. Numerosi i progetti in cantiere relativi a sistemi di alimentazione ibrida, come la recente Chevrolet Volt. Il piano di riassetto industriale dovrà portare anche ad un’armonizzazione del livello salariale fra costruttori nipponici e statunitensi, al fine di render maggiormente competitivi i secondi sui primi.
Dopo i dati occupazionali per novembre, che hanno visto la creazione di 533mila nuovi disoccupati, George W. Bush ha deciso di porre fine ad una questione che, tramite i fondi pensione collegati alle case automobilistiche, rischiava di piegare un’economia già sufficientemente in sofferenza. «Nel mezzo della crisi finanziaria permettere che le imprese automobilistiche statunitensi fallissero non sarebbe stata un’azione responsabile», ha affermato Bush nel discorso alla Casa Bianca mentre spiegava ai media i dettagli del bailout natalizio. In effetti, tenute presenti tutte le variabili dietro ad un eventuale iscrizione al Chapter 11 di Chrysler e General Motors, la mossa dell’amministrazione Bush, forse l’ultima, sembra agire nell’ottica della disperata ricerca di una stabilità ormai perduta da tempo. Difficile immaginare qualcosa di diverso con una recessione di notevole portata ormai in atto, il completo riassetto del mondo dell’investment banking americano, il crollo di tutti gli indici finanziari mondiali ed una crisi occupazionale che solo ora comincia a farsi sentire.
Fino a marzo, l’industria automobilistica americana è salva, ma poi? Il presidente eletto Barack Obama, che si insedierà a Pennsylvania Avenue il prossimo 20 gennaio, sarà disposto a mettere mano al portafoglio a sua volta? I costruttori di Detroit riusciranno ad ottimizzare le risorse o fagociteranno solamente i fondi appena stanziati? Il timore è che il fallimento di almeno una delle Big Three sia solamente rimandato.

Da L’Occidentale del 20 Dicembre 2008

December 21, 2008 Posted by FG | Business, Economics, World | | No Comments

La Fed si gioca tutto e azzera i tassi. Ora non gli resta che sperare

Ennesimo taglio dei tassi negli Stati Uniti. 75 punti base per il tasso di sconto che passa dall’1,25% allo 0,50%, stessa sorte per i Fed Funds che vedono il loro minimo storico, un range compreso fra lo 0% e lo 0,25%, a seconda dei soggetti che richiederanno denaro. Più di così non si può fare, questo in sintesi il pensiero che ha spinto la Federal Reserve, dopo una riunione fiume del suo board, a ridurre ancora il costo del denaro ed aumentare a dismisura l’offerta monetaria, al fine di alimentare un’economia in ginocchio.
Proprio l’idea di foraggiare consumi ed investimenti sta alla base della tanto drammatica quanto clamorosa iniziativa di politica monetaria della Fed, guidata da Ben Bernanke. Quest’ultimo, a margine del meeting del Federal Open Market Committee (FOMC), ha commentato la decisione con poche, ma decise, parole: «Useremo tutti gli strumenti disbonibili per contenere la peggior crisi economica e finanziaria dai tempi della Grande Depressione». Nella nota rilasciata dalla Fed si possono comprendere le ragioni che hanno portato a questa misura: «Rispetto l’ultima riunione del Comitato, lo stato del mercato del lavoro è andato deteriorandosi ed i dati disponibili registrano una contrazione dei consumi, degli investimenti e della produzione industriale. I mercati finanziari sono ancora notevolmente turbati e v’è ancora una forte restrizione del credito. Nel complesso, le prospettive per l’attività economica rimangono ulteriormente indebolite». Alla luce di questo, il board ha deciso all’unanimità di tagliare per la decima volta consecutiva i tassi, facendoli arrivare al minimo mai toccato dal 1929 ad oggi. Ma non basta, perché la stessa banca centrale conferma che «acquisterà larghe quantità di debito e di mortgage-backed securities per aiutare il mercato immobiliare e quello dei mutui». Un’operazione che giunge dopo lo stanziamento di 800 miliardi di dollari per favorire il credito al consumo e le piccole imprese, attraverso il Term Asset-Backed Securities Loan Facility (TALF). Se ci si fermasse a riflettere sui costi della sostenuti da Tesoro e Federal Reserve dall’inizio della crisi subprime, probabilmente ci troveremmo di fronte ad una cifra inimmaginabile.
Per tutti coloro che affermavano che la crisi odierna era una bazzecola nei confronti di quella di 80 anni fa, ecco che arriva la risposta che chiude il discorso. Un taglio come quello appena effettuato sancisce la sconfitta della Fed, di Bernanke, ma anche delle politiche di Alan Greenspan, past governor della stessa Fed. Dopo aver foraggiato di denaro i mercati, dopo non aver intuito una crisi potenzialmente distruttiva (ed effettivamente devastante) come quella dei subprime, dopo aver salvato (quasi tutto) il salvabile, dopo aver iniettato nuovamente liquidità in un sistema che ne bramava ancora di più, la Fed ha deciso di operare nel modo più drastico. Denaro ai minimi storici, al fine di far ripartire gli States. Peccato che, forse, nemmeno questo potrà bastare.
Il crollo del castello di carte legato al Madoff Investment Group ha aperto un nuovo fronte della crisi dato che i soggetti coinvolti, esposti per miliardi di dollari alle perdite degli hedge fund dell’ex presidente del Nasdaq, aumentano sempre più. Questa è una delle ragioni, assieme ai dati macroeconomici statunitensi in costante peggioramento, che hanno portato a questo scenario mai osservato prima. «Per fronteggiare una crisi straordinaria, sono necessarie misure straordinarie» ha ricordato il presidente di una divisione della Federal Reserve, rimasto ignoto. Il sentore è che l’adozione di tali provvedimenti siano dettati da un’ulteriore svalutazione delle stime di crescita per i prossimi anni, nonostante i recenti outlook di IMF ed OECD.
A tal risposta scaccia-crisi i mercati hanno risposto in modo eccitante. I titoli di stato americani con scadenza a dieci anni si sono apprezzati di oltre 100 punti, giungendo al 2,45%, sintomo di un feedback positivo sotto il medio-lungo profilo. Sulla stessa linea d’onda gli indici azionari statunitensi: Dow Jones +4,20%, Nasdaq +5,41%, Standard & Poor’s 500 +5,14%. Prima di cantar vittoria, tuttavia, si deve attendere ancora che si possa consolidare quest’euforia che ha portato i mercati d’oltreoceano a chiudere in forte rialzo le proprie sedute. Si attende anche una risposta da parte dall’Europa e dall’Asia, anche se il timore che anche questo sia un mero fuoco fatuo è moltissima, visti i precedenti.
Se la Fed ha sbagliato lo vedremo solo con l’arrivo del nuovo anno, quando i tagli saranno assorbiti dal mercato in modo effettivo. Ma sarà assolutamente inutile chiedersi cos’altro potranno fare le banche centrali: ci si dovrà solo chiedere chi resterà in piedi e chi no.

Da L’Occidentale del 17 Dicembre 2008

December 18, 2008 Posted by FG | Economics, World | | 3 Comments

Prezzi in calo a Natale. Non è deflazione

Cala l’inflazione in Italia, ma da qui ad invocare lo spettro della deflazione la strada è lunga. Su base mensile, i prezzi sono diminuiti dello 0,4%, mentre su base annua si confermano le ascese generalizzate (+2,7%), seppure in misure minore alle stime Istat. Nonostante la discesa dell’indice dei prezzi al consumo rispetto al mese precedente, non bisogna dimenticarsi che il problema principale è un altro, la recessione. Un fenomeno che in Italia sarà notevole, come si desume dal consueto outlook natalizio del Centro studi di Confindustria.
Il mutamento in atto è notevole e riguarda numerosi settori, che su base tendenziale possono essere in discesa mentre su base congiunturale no, e viceversa. Un esempio è il caso dei trasporti, in cui i due dati differiscono. Ma anche il settore di pane e pasta, pesantemente colpiti dalla crisi delle commodities, sta per recuperare terreno, considerati gli ottimi raccolti di grano in Russia ed Australia che non rientrano ancora nei calcoli dell’Istat. Il fenomeno in atto, la riduzione dell’inflazione, derivato in parte dalla riduzione del prezzo del petrolio, può portar giovamento nel prossimo Natale. Mario Deaglio, ordinario di Economia Internazionale a Torino, ricorda come «se la tendenza continua in questo modo, si corre il rischio che il peggio arrivi nel giro di sei mesi». In effetti, una diminuzione congiunturale dei prezzi pari allo 0,4% «non si ricordava da tempo» continua Deaglio. Questa è la verità, dato che è dal 1959 che non si verificava una riduzione di tale portata. Il vero motore per il sostentamento di una domanda sempre più contratta può essere il consumo. Considerando la riduzione del 20% del tasso Euribor, con il conseguente alleggerimento delle rate mensili dei mutui, le famiglie possono allocare le proprio risorse verso beni durevoli, alimentando settori in crisi di ordinativi. Ma non sono solo i mutui più bassi ad aver un effetto sfruttabile dai consumatori per le spese, dato che la riduzione del costo della benzina permette di sfruttar meglio i salari. Anche sul fronte delle spese di luce, acqua e gas le riduzioni dei costi possono garantire un margine di spesa per numerose famiglie. Un effetto positivo della riduzione dell’inflazione, quindi?
Non si deve però cadere nell’errore di ritenere un ridimensionamento dei prezzi come una nuova pagina negativa dell’economia globale. «Per ora stiamo osservando un forte rallentamento dell’inflazione, che non è detto diventi deflazione» ricorda Alessandro Penati, Ordinario di politica economica alla Cattolica di Milano, che aggiunge: «per deflazione s’intende un livello dei prezzi che scende in valore assoluto, vale a dire un numero negativo per l’inflazione». Quindi mancano le basi affinché si possa giudicare in modo negativo il cambio di tendenza in atto. Ancora più radicale è Carlo Favero, Ordinario della Bocconi e direttore IGIER, che sposta l’attenzione su una recessione che, secondo le stime appena diramate dal CsC, durerà almeno due anni in Italia. Favero afferma che «l’inflazione sta frenando perché manca la domanda. Questo fenomeno è l’altra faccia della recessione», facendo intendere che le preoccupazioni maggiori devono essere riservate alla lunghezza ed alla pesantezza della stessa.
Il pericolo rimane quindi di sottostimare il calo della domanda e della produzione. Il clima sembra cambiato rispetto ai mesi estivi appena trascorsi, in cui l’inflazione era superiore al 4% anche nell’indice dei prezzi al consumo armonizzati (IPCA), principale parametro europeo dei prezzi.

Da Il Riformista del 17 Dicembre 2008

December 18, 2008 Posted by FG | Economics, Italy | | No Comments

Mr. Nasdaq fa tremare anche le banche italiane

Bernard Madoff, ex presidente di Nasdaq, rischia di peggiorare una crisi che già è stata ribattezzata come la peggiore dal 1987. Gli hedge fund gestiti da Madoff hanno provocato perdite per oltre 50 miliardi di dollari, gettando pesantissime ombre sui bilanci delle maggiori banche e facendo crollare le borse mondiali. Dopo la crisi subprime, quella delle commodities, del petrolio e del settore automotive, una nuova scure si sta per abbattere sull’economia mondiale.
Il soggetto più coinvolto è il Fairfield Greenwich Group (7, 52 miliardi di dollari), seguito a ruota da altre società finanziarie, fra cui il fondo Optimal di Santander, prima banca spagnola e fra i colossi del credito europeo, con numerose filiali anche in Italia. Le perdite stimate degli spagnoli sono nell’ordine dei 2,5 miliardi di euro. Santander, che gestisce anche il mercato del credito al consumo con Finconsumo, non ha commentato ufficialmente la notizia derivante da oltreoceano. Tutto lascia immaginare che il silenzio sia il preludio a stime ben peggiori di quelle rilasciate ai giornalisti. Infatti è il mondo degli istituti di credito quello ad accusare i colpi peggiori: BNP Paribas valuta un’esposizione per 450 milioni di euro (tramite Natixis), Royal Bank of Scotland per oltre 440 milioni, i nipponici di Nomura per 302 milioni, BBVA per 300, Société Générale per 100, la nostra UniCredit per 75 milioni.
Anche il colosso bancario HSBC accusa il colpo, stimando un’esposizione per oltre un miliardo di dollari. Ma sono tante altri i soggetti implicati in un crack che riporta drammaticamente alla luce il default del fondo hedge Long Term Capital Management (LCTM) che il 23 settembre 1998 ha fatto tremare la maggioranza della finanza mondiale. In effetti, quello che è successo con Madoff Investment ha qualcosa di molto vicino a LCTM. Entrambi i fondi hanno racimolato impressionanti quote da investitori istituzionali, esponendoli poi a speculazioni senza precedenti per rientrare delle perdite patite con la crisi del mercato immobiliare nell’agosto 2007. Alla fine, tutti i nodi vengono al pettine, in quanto nei mesi scorsi la società Maxam ha richiesto a Madoff LLC la restituzione di un debito per 30 milioni di euro, a cui ha fatto seguito il crollo del castello di carte creato negli anni. Subito si è pensato che fossero coinvolti solamente i grandi investitori, data la tipologia del fondo, ma secondo un’analisi più approfondita è emerso che il sistema alla base dell’hedge fund si componeva anche i piccoli risparmiatori, anch’essi a rischio.
L’ipotesi più accreditata è quella di un crollo sistemico degli hedge fund, secondo numerosi analisti di Bloomberg. A tal proposito, gli organismi di sorveglianza si sono mossi tempestivamente, nonostante i giorni di festa. Un esempio è la Consob che, già domenica, ha avviato indagini su SGR ed intermediari finanziari operanti a Palazzo Mezzanotte. I primi nomi celebri sono quelli di Aletti Gestielle Alternative e Pioneer Investment, primari gestori di fondi sul mercato finanziario italiano. Ma l’esposizione del nostro paese deve ancora essere quantificata, dal momento in cui l’indagine di Consob è da considerarsi informale. Le farà seguito una serie di controlli a tappeto per stimare in che misura le SGR nostrane siano state coinvolte nel crack Madoff.
In Italia, UniCredit e Banca Popolare hanno lasciato intendere che i propri bilanci subiranno dei notevoli ridimensionamenti, anche se in misura minore rispetto agli altri paesi. Il vero problema è che attualmente è quasi impossibile effettuare delle verifiche complete delle esposizioni, dato che giungono voci nuove ogni ora, data la grande diffusione dei fondi gestiti da Madoff Investment nel mondo. Un crollo che fa comprendere quanto sia ampio il mutamento di un certo modello di finanza.
La fine degli hedge fund? Forse no, ma quello che è certo è che un colpo da 50 miliardi di dollari farà ridimensionare notevolmente un settore che, secondo alcuni, ha vissuto senza regole per troppo tempo. Il problema è che, anche in questo caso, si sceglierà di dare la colpa al primo che capita sottomano, assumendo la decisione più facile, più veloce, ma anche più sbagliata.

Da L’Occidentale del 15 Dicembre 2008

December 16, 2008 Posted by FG | Business, Economics, World | | No Comments