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Economics, Politics, Italy

Salvare GM ed il suo fondo

General Motors arranca sempre più, gettando pesanti ombre sul futuro del fondo pensione ad essa collegata. Le agenzie di rating, tanto criticate, stanno tagliando i valori della casa automobilistica di Detroit: Moody’s e Standard & Poor’s rappresentano l’esempio di questa tendenza, confermando la situazione disastrata del gruppo.
Il fondo di Gm, che si occupa di pensioni, assistenza sanitaria e previdenza sociale, nel 2007 ha chiuso il bilancio con un deficit registrato in 39 miliardi di dollari, frutto di obbligazioni emesse per 170 miliardi, necessari per finanziare le attività del fondo stesso. La composizione comprende un corposo pacchetto azionario, sia per la gestione prettamente americana, sia per quella nel resto del mondo. Nel portafoglio del fondo sono presenti anche azioni di società immobiliari, colpite dalla crisi subprime. Ad essere coinvolti vi sono più di 250mila dipendenti del gruppo, ma un default del fondo creerebbe uno scompenso economico, soprattutto in termini di ammortizzatori sociali, che sarebbe un colpo durissimo per un’economia stanca e dissestata come quella statunitense. Un onere pesantissimo, che costringe necessariamente il Congresso a riflettere attentamente sulle mosse di sostegno delle società. Un aiuto sarebbe sbagliato oppure no? Sostenere il mercato interno, in un’ottica meramente teorica, favorendo la ripresa delle imprese autoctone non è errato in questo frangente. Ma esiste anche la realtà, rappresentata dal libero mercato e dalla concorrenza. L’importante, ora, è sia far ripartire il settore automotive, sia evitare che il tracollo di talune società possa ripercuotersi tragicamente sulla collettività.
La comunità economica di buona parte del mondo cerca forzatamente di trovare un’analogia fra gli aiuti di stato per il mercato automotive statunitense e per quello europeo. La forzatura sta nel fatto che troppo spesso ci si dimentica cosa c’è dietro alle fattispecie. Prendendo ad esempio GM, è quasi suggestivo far notare come dietro all’insegna del gruppo di Richard Wagoner vi sia un sistema che comprende milioni di persone, proprio il fondo pensione di cui sopra. Secondo l’opionione del Prof. Giuseppe Bracco, ordinario di Storia Economica alla Facoltà di Economia a Torino, è fuoriluogo cercare dei parallelismi fra i possibili aiuti a GM ed a Fiat, se ne avesse bisogno. «Come si può pensare che gli Usa facciano fallire General Motors? Sono troppi gli interessi sociali che sono vincolati ad essa, primo fra tutti il problema delle pensioni» ricorda Bracco, che aggiunge che «il sistema di aiuti però dev’essere elargito in base ad un piano industriale che sappia riportar coi piedi per terra numerosi top manager». Certamente, come ha detto anche il numero uno di Fiat Group, Sergio Marchionne: «Gli aiuti di stato o sono per tutti o sono per nessuno», adducendo come motivazione una possibile distorsione della concorrenza, a vantaggio degli Stati Uniti. Non si deve dimenticare, tuttavia, che l’Europa rappresenta oltre il 30% della produzione mondiale di autoveicoli, con un totale di 2,4 milioni di persone occupate. I produttori UE sono più numerosi ed è logico che nel momento di spartirsi la torta qualcuno storca leggermente il naso. La seconda quota produttiva, pari al 27%, è ad appannaggio di Stati Uniti e Canada, in cui le Big Three (GM, Ford e Chrysler) si collocano come oligopoliste di mercato, con un venduto che sfiora il 90% della totalità. Nonostante una quota di mercato maggiore, nel Vecchio Continente, escludendo il piano di incentivi collegato alla riduzione delle emissioni ambientali ed i guai di Opel (GM Group), di bailout nativi non se ne sono visti.
Nancy Pelosi, presidente della Camera statunitense, ha ribadito un concetto chiave e ripetuto come un mantra: «GM non fallirà, non possiamo permetterlo, ma ci devono essere garanzie sul suo futuro». La concorrenza non ne risentirà per una ragione molto semplice: prendendo il caso Fiat e GM, di un eventuale fallimento della seconda ne patirebbe anche la prima, per via delle partnership tecniche motoristiche. E questo, dalle parti del Lingotto, lo sanno bene.

Da Il Riformista del 6 Dicembre 2008

December 6, 2008 Posted by FG | Business, World | | No Comments

I costi della crisi

Dopo il tracollo degli ultimi giorni, le Borse timidamente cercano di risalire la china, attraverso un rimbalzo che di tecnico sembra aver tutto. I dati scanditi dal National Bureau of Economic Research, la massima istituzione in termini di ricerca economica, fanno sudare freddo gli americani, ma non solo. Dall’Atlantico al Pacifico, con una velocità impressionante, è balenata la notizia che l’economia statunitense è in recessione da oltre un anno. Per la serie, meglio tardi che mai.
«Mi attendo una recessione più forte di quella successiva alla seconda guerra mondiale» ha affermato il premio Nobel per l’Economia 1987, Robert M. Solow, a margine di una conferenza tenutasi a Trieste, il Nobels Colloquia. Solow ha però ribadito quante siano le differenze del marasma finanziario odierno rispetto al periodo noto come La Grande Depressione, immediatamente successivo alla crisi del 1929. Se infatti nei primi anni 30 del XIX secolo il tasso disoccupazionale si attestava intorno al 30% negli Stati Uniti, le peggiori previsioni del Fmi o dell’Ocse vedono una percentuale di disoccupati per il 2009 intorno all’8%. E differenti sono anche i dati produttivi, nonostante ordinativi sempre più magri, specie per il settore automotive. La crescita negativa del Pil americano sarà, sempre secondo le stime (pronte ad essere rettificate), non superiore all’1%, al contrario dell’Italia, per la quale l’Ocse prevede un secco meno un punto percentuale. Lo stesso NBER ricorda come, a dir la verità, la congiuntura statunitense sia virata verso lidi più pericolosi verso il dicembre 2007, un anno esatto fa. Ma se ci ricordiamo di cosa accadde un anno fa, è singolare che solo ora qualcuno si è accorto che qualcosa non andava.
Il default di due hedge fund di Bear Stearns nel luglio 2007 hanno forse segnato l’inizio di una crisi che pochi avevano giudicato verosimile. O perlomeno speravano non lo fosse. Eppure, un piccolo campanello d’allarme doveva già suonare nella testa di molti, quando le code di fronte alle filiali britanniche di Northern Rock divenivano sempre più lunghe, costringendo il governo inglese ad un primo bailout. Quella crisi che giungeva dagli Stati Uniti, tacciata di essere assolutamente esogena al mondo europeo, cominciava invece a mettere ansia, a distruggere, a far crollare i castelli di carta creati negli ultimi anni da un certo tipo di operatori finanziari. Lungi dal condannare un modello economico che porta benessere dove non esiste, è indubbio come alcune distorsioni abbiano contribuito ad ingigantire una bolla divenuta ingestibile perfino dagli stessi creatori. Quello che è successo dopo è stato solo una serie di conseguenze. Bear Stearns a marzo 2008, Fannie Mae & Freddie Mac a luglio, Lehman Brothers ed AIG a settembre, Citigroup pochi giorni fa. La lista potrebbe essere ben più estesa, un c’è un fattore che fa comprendere anche, dal punto di vista formale, l’incidenza reale di questa crisi: non esistono praticamente più le gloriose investment banks americane. Spazzate via dallo tsunami o semplicemente risorte tramite una trasformazione, come Goldman Sachs e Morgan Stanley, diventate commercial banks nello scorso settembre.
I dati inducono a riflettere, ma ancora di più sono utili le misure adottate per ripristinare un equilibrio perduto. Iniezioni di denaro, aste a breve termine delle banche centrali, prestiti agevolati, salvataggi, vere e proprie indulgenze nei confronti di alcune realtà societarie: tutto questo è stato fatto in oltre un anno di subprime virus, coi risultati che possiamo vedere oggi. Una crisi che di normale ha ben poco, di anomalo forse tanto, con un’incidenza sulla ormai abusata economia reale, come se ve ne fosse una virtuale, che si deve ancora registrare. Di recessione si parla da tempo, almeno da un anno, ma sembra che sia un problema sorto solamente negli ultimi due mesi. No, i sentori v’erano già tutti e gli attori economici «reali» avevano già previsto tutto, semplicemente osservando come i loro portafogli perdevano denaro ad una velocità disarmante. Suscita ribrezzo il comportamento delle agenzie di rating, che di certo non ignoravano tutti i miasmi tossici che pervenivano dalle varie società finanziarie ai limiti del Charter 11. Insomma, tutti sapevano, nessuno parlava.
Fa sorridere che proprio il NBER ricordi adesso che l’America è in recessione. Se n’erano accorti tutti, dal Fmi all’Ocse, dagli operatori di borsa ai manager bancari, solo mancavano loro. Peccato che ci sia voluto un anno, magari si poteva anche agire in modo più tempestivo ed efficace.

Da Ragionpolitica.it del 4 Dicembre 2008

December 5, 2008 Posted by FG | Business, Economics, World | | No Comments

Negli Usa i colossi dell’auto chiedono di nuovo soldi

Rick Wagoner, CEO of GM

Rick Wagoner, CEO of GM

General Motors, Ford e Chrysler chiedono soldi. Tanti, per giunta. Sono infatti 34 i miliardi di dollari richiesti dai Big Three di Detroit per far fronte alle perdite. Senza di essi, i vertici di GM e Chrysler prevedono il fallimento entro la fine del mese. Prontamente, nel Congresso è scoppiata la querelle se aiutare o no un mercato che mostra sempre più i segni di un cedimento profondo.
Dopo una prima richiesta di 25 miliardi di dollari, complessivamente, le tre sorelle dell’automotive statunitense hanno deciso di andare avanti e chiedere di più. General Motors, tramite il suo amministratore delegato Richard Wagoner, ha fatto domanda per l’apertura di una linea di credito con valore immediato di 4 mld, per poi proseguire con un prestito agevolato di 14 mld, per un totale di 18 miliardi. Sulla stessa linea d’onda Ford che ha richiesto 9 miliardi di dollari al Congresso, più circa 5 miliardi che si otterrebbero dal programma del Dipartimento Energia per la promozione dei veicoli a basso consumo ed alta efficienza. Analoga situazione per il gruppo di Robert Nardelli, Chrysler. Infatti, il prestito agevolato desiderato dall’ex partner di Daimler si aggira intorno a 7 miliardi, da stanziare necessariamente entro il 31 dicembre. A questi se ne aggiungono ulteriori 6, ricavati sempre dal programma di efficienza energetica per il mercato automobilistico. Il totale, escludendo il piano ambientale, è di 34 miliardi di dollari, 9 miliardi in più rispetto a due settimane fa. Il rischio concreto, specie secondo GM e Chrysler, è quello di non arrivare all’Epifania, senza gli aiuti: la riduzione degli ordinativi e la chiusura straordinaria di numerosi stabilimenti durante il periodo natalizio sono il preludio al fallimento. Contribuisce alla causa anche la flessione del mercato europeo, considerato stabile fino a sei mesi fa, mentre ora ha registrato pesanti contrazioni della domanda, fattore che ha costretto case come Fiat o PSA Group a serrare i propri stabilimenti per il Natale e ridurre i volumi produttivi per l’anno in corso e per il prossimo, anche oltre il 20%.
Numerosi analisti di Miller Buckfire & Co, studio specializzato in fallimenti, hanno stimato in 40 miliardi la cifra necessaria per evitare l’iscrizione al Chapter 11 del Bankruptcy US Code, le procedure fallimentari, delle tre società. I veri problemi sono due: i costi per i contribuenti e l’estrema voracità di GM, Ford e Chrysler. Sul primo si sono già espressi numerosi esponenti del Congresso, fra cui la presidente della Camera Nancy Pelosi, la quale ha ricordato che, nonostante sia favorevole ad un aiuto, a questo deve seguire un modello industriale differente da quelli visti finora. Si, perché nell’occhio del ciclone vi sono proprie le gestioni amministrative e finanziarie dei Big Three. Fra tutte, Ford sembra quella messa meglio, con un bilancio non in rosso spaventoso come le sue sorelle. Questo perché ha ipotecato assets per quasi 25 miliardi di dollari lo scorso anno. Anche su fronte delle vendite di auto in novembre, calate fino al 47% di Chrysler, Il gruppo di Alan Mullaly ha perso solo il 30%, contro una media di mercato del 37%. Anche per questo, Ford non ha richiesto immediatamente l’apertura del credito nei confronti del governo, ma ha parlato di piano di sostegno in caso di una recessione peggiore delle aspettative.
Ma se c’è un attore che, tutto sommato, sembra non aver urgenza di liquidità, ve ne sono altri due che invece la cercano disperatamente. I debiti di GM, secondo le stime di Moody’s, ammontano a 30 miliardi di dollari, sta pensando di vendere o chiudere marchi come Saab e Pontiac. Il piano di rientro prevede il pareggio di bilancio solamente nel 2012, sempre che non viri verso lidi peggiori la congiuntura. Chrysler, invece, ha estremo bisogno di liquidità, ma non è in una situazione pari a quella della casa condotta da Wagoner.
Dopo le incessanti richieste al Congresso, per ora non accolte, si sta prospettando una nuova fase, quella dell’elemosina. Wagoner su tutti, sta cercando di raccogliere fondi, soldi, spiccioli, per evitar un fallimento che potrebbe costare milioni di posti di lavoro. Da una parte, quindi, un settore che ha fatto sberleffi dei concetti di economicità e produttività, incuranti di aprire posizioni borderline. Dall’altra parte v’è tuttavia un sistema governativo le cui casse non sembrano essere in grado di sostenere un ennesimo esborso di denaro. Dopo il piano Paulson, dopo il piano Fed per il credito al consumo, un altro salvataggio del mercato automotive quanto graverebbe sulla testa degli americani?

Da L’Occidentale del 3 Dicembre 2008

December 4, 2008 Posted by FG | Business, Economics, World | | No Comments

Quanto ci costa la recessione

Quanto ci costerà la recessione in cui siamo? Qual è la differenza fra una crisi economica ed una recessione tecnica, termine sempre più ricorrente? Che i costi, anche per l’economia reale, della crisi dei mutui subprime, sarebbero stati elevati, lo si era intuito fin da subito, ma si possono quantificare? Un numero è stato scritto ed è rappresentato dal dato relativo il Pil reale atteso per il 2009, per l’Italia. Secondo l’Ocse, la variazione negativa è stimabile in un punto percentuale, vale a dire circa 10 miliardi di euro rispetto l’anno in corso (Pil prezzi costanti, dati IMF), una cifra che però non chiarisce abbastanza questa fase del ciclo economico. L’idea di base è che, nemmeno fra gli addetti ai lavori, ci sia particolare sicurezza sui numeri. Troppe le variabili in gioco, troppa la straordinarietà dei default del mercato finanziario americano per avere un quadro certo dell’esposizione totale. Eppure, possiamo cercare di osservare quali potrebbero essere i maggiori oneri derivanti dalla crisi senza avere la presunzione di essere al pari di Nostradamus.
Chiarendo cos’è una recessione tecnica, ovvero una crescita negativa del Pil per due trimestri consecutivi, si può iniziare considerando alcuni indicatori macroeconomici che aiutano a comprendere la portata di uno shock che, non a torto, è stato considerato il peggiore dal 1929. Solo pochi si addentrano nella strada di indicare un numero che possa testimoniare tutta l’ampiezza del momento. FBR Capital Markets ci ha provato, stimando in oltre mille miliardi di dollari la cifra utile affinché si possa uscire dallo status quo. Nel rapporto presentato, il gruppo americano ha analizzato come il piano Paulson vada ad incentivare in prevalenza il Capitale Tier 1, indice introdotto da Basilea 2 che valuta la liquidità di una banca, mentre mancano ancora delle soluzioni per risolvere i problemi di capitale degli stessi istituti di credito.
Le borse mondiali hanno bruciato, sul campo, quasi il 50% del proprio valore da inizio anno. Se l’indice Dow Jones a luglio 2007 era a quota 14mila punti, oggi è intorno agli 8mila. A questa cifra vanno aggiunti tutti i miliardi di capitalizzazione perduti nelle sedute di borsa dal luglio 2007 ad oggi e tutti quelli utilizzati per i salvataggi di stato. Miliardi che sono ancora in ballo, dato che la volatilità dei mercati è ancora elevatissima (vedasi il dato sul Vix Index), come dimostrano ogni giorno le fluttuazioni dei titoli, bancari soprattutto. Questo senza contare i costi sociali della crisi, ancora indefinibili. Si, perché non vi è chiarezza nemmeno delle modalità in cui il virus subprime si trasferirà agli altri settori, quali sono immuni e quali no. A tal proposito, cerca di far luce il Fondo Monetario Internazionale.
Nella revisione di novembre il World Economic Outlook del FMI ha messo in luce tutte le difficoltà delle economie cosiddette avanzate: le stime di crescita per il 2009 sono negative per gli Stati Uniti (-0,8%), l’area Euro (-0,8%) e per il Giappone (-0,7%). Peggiori le previsioni dell’Ocse, giunte proprio ieri: per l’Italia netta recessione per il 2009 (-1%), idem per gli Stati Uniti (-0,9%). Quelle che deve preoccupare di più sono però i dati relativi ad altri indicatori, in questo la fiducia del settore industriale, che testimoniano una generale flessione nella produzione mondiale. Si prospetta quindi un periodo di contrazioni ancora maggiori dei consumi, specialmente di beni durevoli, negli investimenti e perfino in un settore-rifugio, quello delle costruzioni. Proprio quest’ultimo ha registrato una notevole flessione in Eurolandia nel mese di settembre, perdendo l’1,3% rispetto ad agosto. Ed anche sul fronte dei consumi, prendendo ad esempio il caso italiano, si arranca con evidente difficoltà: ci sarà una fase piuttosto lunga di consumi in diminuzione, almeno tre anni. Così evidenzia l’ultimo studio di Confcommercio che prevede il segno meno per l’anno in corso (-0,5%), il 2009 (-0,5%) ed il 2010 (-0,4%). Sulla stessa linea d’onda Confindustria che nell’ultimo outlook sulla produzione industriale ha evidenziato come questa sia diminuita in ottobre, su base annua, del 2,6%, dopo il -5,7% di settembre.
Cosa accadrà quindi? All’aumento delle restrizioni del credito, sia per le imprese che per il mercato retail, faranno seguito le sempre più frequenti richieste di liquidità da parte del mondo dell’industria. In un tessuto come quello italiano, fatto in prevalenza di piccole e medie imprese, le situazioni complicate si stanno osservando già adesso. Logico che vi sarà un considerevole contraccolpo della recessione sugli investimenti, sui consumi delle famiglie e sul mercato occupazionale. Ma a risentirne saranno anche le casse dello Stato, considerato che i piani di ammortizzazione sociale saranno messi a dura prova dalla nuova fase congiunturale. Ridare fiducia, oltre che credito, ad un’economia in netta caduta sarà uno degli obiettivi più importanti dei governi mondiali. Il tutto senza essere indulgenti coi colpevoli.
A livello globale, di fronte al crollo di un sistema considerato come uno dei più solidi al mondo, quello delle banche d’affari statunitensi, ci si domanda legittimamente dove va l’economia e quanto pagherà l’uomo della strada per questa crisi. Inutile fornire una risposta adesso, sarebbe più facile centrare una vincita alla lotteria. Quello che è certo, è che ci si deve attendere un notevole ridimensionamento delle nostre economie, anche a partire dal vizio di vivere al di sopra le proprie possibilità attraverso il credito al consumo. Sempre che la Fed non elargisca altro denaro.

Da L’Occidentale del 27 Novembre 2008

November 28, 2008 Posted by FG | Business, Economics, Europe, Italy, World | | No Comments

La Fed mette sul piatto altri 800 mld, ma è il rimedio giusto alla crisi?

Non bastava il Piano Paulson da oltre 850 miliardi di dollari per risollevare l’economia statunitense. Ad esso si aggiunge anche il nuovo programma della Federal Reserve, da 800 miliardi di dollari, volto a ripristinare gli assetti perduti nel mercato del credito al consumo e rilevare gli ormai celebri “toxic assets”. Dopo il Tarp, ecco il Talf, il nuovo acronimo inventato da Ben Bernanke, Governatore della Fed.
Si, dopo il Troubled Assets Relief Program a cura di Hank Paulson, il sempiterno Segretario al Tesoro Usa, arriva il Term Asset-Backed Securities Loan Facility che prevede una serie di misure volte a rilevare tutte le cartolarizzazioni a rischio insolvenza. 500 miliardi di dollari serviranno a rilevare i mutui impazziti di Fannie Mae e Freddie Mac, altri 100 miliardi saranno utili per riassettare i debiti delle stesse agenzie governative (più quelli di Federal Home Loan Bank), mentre gli ulteriori 200 miliardi, garantiti dalla Fed di New York, saranno volti al sostegno del mercato del credito al consumo. Si, perché in effetti, il pericolo che il Natale made in Usa sia particolarmente triste sotto il profilo dei consumi, è una realtà sempre più tale, piuttosto che una semplice previsione macroeconomica. Il crollo dei consumi nel terzo trimestre, scesi di un prepotente 3,7%, e lo spauracchio dell’outlook del Ocse che letteralmente fa notare come l’economia Usa sia in ginocchio, lasciano presagire un momento davvero complicato. Proprio l’Ocse ha stimato la diminuzione del Pil statunitense in un meno 2,8% nel quarto trimestre 2008, proprio il periodo in cui siamo. Ma le brutte notizie non vengono mai sole. Dopo il maxi bailout di Citigroup (oltre 300 mld di garanzie federale su toxic assets del gruppo) e dopo le costanti (e voraci) richieste di liquidità da parte di un mercato automobilistico che brucia miliardi con velocità impressionante senza riuscire a vendere prodotti come dovrebbe, non si può pensare che l’ennesima iniezione di denaro dentro il sistema possa risolvere il tutto.
Il presidente eletto Barack Obama ha ribadito più volte che la necessità è quella di un nuovo New Deal, facendo balenare nella mente di molti lo spettro del 1933 e della Grande Depressione. Quello che non si comprende è la facilità con la quale Fed e Tesoro stiano operando sui mercati, lasciandosi attirare dalle sirene bramose solo di denaro sonante per ripristinare i rossi di bilancio. La congiuntura che si appresta a vivere il mondo intero (guai non considerare isolata la crisi) è assai complicata a causa dell’enorme mole di prodotti a rischio, sparsi ormai chissà dove. Gli addetti ai lavori si chiedevano nei giorni scorsi quando e come Citigroup sarebbe stata salvata, perché era lapalissiano che ciò sarebbe avvenuto, data la situazione patrimoniale della stessa banca. Ora ci si chiede quali saranno le prossime mosse di Bernanke e Paulson.
Tutto questo senza contare una delle piaghe maggiori che sta per colpire l’intero sistema economico americano, la disoccupazione. Nel primi due trimestri del 2009, il tasso di disoccupazione subirà un’impennata notevole, arrivando al 7,2% per poi aumentare ancora nel 2010, fino al raggiungimento di quota 7,6%. Va da sé che, mancando l’occupazione, mancano anche i salari e che non tutti i sistemi di ammortizzazione sociale sono appannaggio di tutta la cittadinanza. Di fronte a questo, non si può far altro che consumare di meno, notevolmente di meno. Ed ecco che l’economia americana rischia davvero il collasso. In quest’ottica cercano di agire Fed e Tesoro, dimenticandosi però una cosa fondamentale: a forza di spendere soldi pubblici per il salvataggio del sistema economico, lo Stato rischia di aumentare in modo spaventoso il proprio debito pubblico e quindi aumentare il decorso della malattia del virus subprime.
Si attendono nuovamente azioni governative ai limiti, come un nuovo taglio dei tassi dei Fed Funds o come un sostegno di GM, Chrysler e Ford. Il problema, in questo caso, sarebbe sempre il solito: l’indulgenza nei confronti dei colpevoli (da una parte) e dei vittimismi (dall’altra) non fa altro che peggiorare una situazione che è già sufficientemente drammatica.

Da L’Occidentale del 26 Novembre 2008

November 27, 2008 Posted by FG | Business, Economics, World | | No Comments