Borse a picco da Tokyo a Milano, ma alla base del crollo c’è più d’un motivo

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Il crollo è servito. Sulle piazze finanziarie del mondo si sono vissuti attimi di panico vero, che hanno rasentato la follia ribassista. Da Tokio a New York, passando per Milano e Londra, si è vissuta una delle giornate peggiori che si possano ricordare, con gli indici europei che, a metà giornata, registravano perdite oltre i 10 punti percentuali, salvo poi chiudere in un leggero rialzo.
Milano, alla chiusura, ha segnato un meno 4,96% sul Mibtel, come il Dax di Francoforte, limitando notevolmente i ribassi che hanno investito tutti i titoli bancari, immobiliari e legati al mondo automobilistico. Anche nelle altre borse del continente le flessioni sono state sull’ordine del 5% e le previsioni per la chiusura del Dow Jones di certo non sono rosee. L’ondata di vendite è giunta in coda alle notizie riguardanti i dati dell’economia americana e britannica, la seconda in flessione dello 0,5% nel terzo trimestre dell’anno, che per il Regno Unito rappresenta la prima contrazione del Pil da sedici anni. Sul fronte americano pesano le flessioni di due mercati in particolare: quello immobiliare, che ha visto aumentare i pignoramenti del 71% nel terzo trimestre rispetto al 2007, e quello automotive, con tutte le major che stanno per approvare (o hanno approvato) piani industriali di riassetto alla luce della crisi subprime, tagliando numerosi posti di lavoro.
Tuttavia, c’è stato anche un altro fattore che ha contribuito ai crolli, ovvero la sospensione delle contrattazioni dei futures statunitensi per eccesso di ribasso nel prelistino a Wall Street, che stavano perdendo il 6,27% con i contratti sul Dow Jones ed il 6,56% con quelli sull’S&P500. Questa operazione, possibile solo in caso di perdite considerevoli degli indici americani nel periodo precedente all’apertura regolare di Wall Street, non accadeva dal 1997, fattore che ha reso ancora più instabile un sistema che già poggiava su gambe molto fragili. Come se non bastasse, le nubi minacciose sono giunte anche da Washington e, più precisamente, dal Fondo Monetario Internazionale, il quale ha deciso di elargire 2 miliardi di dollari all’Islanda per fornirle liquidità ed arginare la pesante crisi bancaria che sta attraversando.
Sul fronte europeo, sono numerose le notizie di una crisi che si sta trasferendo in maniera sempre più veloce verso il sistema industriale: dopo PSA e Fiat, anche per Renault si prospettano tagli occupazionali e chiusure degli stabilimenti più lunghe del previsto. Anche sul versante del lusso, sono numerose le maison che hanno dovuto alzare bandiera bianca ed ammettere che, per far fronte alla situazione odierna, dovranno ridurre drasticamente le loro previsioni di crescita ed i loro posti di lavoro.
Una crisi, quella che abbiamo visto nascere nell’agosto 2007, che ha trovato la sua valvola di sfogo solo in questo autunno, dal momento in cui sono giunte le prime stime concernenti la reale esposizione dei soggetti (vedi Lehman Brothers & co.) e gli effetti sull’economia reale, sia europea che statunitense. «Questa è la più grande crisi finanziaria della storia umana, ma stiamo per vedere la fine, anche se a livello dell’economia reale siamo ancora agli inizi» ha detto Charles Bean, vicegovernatore della Bank of England, commentando la giornata economico-finanziaria di oggi ed esprimendo i suoi dubbi su soluzioni immediate alle turbolenze dei mercati. Ma quello che sorprende è la completa irrazionalità che vige sui mercati, portando gli operatori a vendere tutto ciò che hanno in portafoglio non appena ci siamo voci negative su una o l’altra società, ignorando completamente le più basilari regole del trading.
Tuttavia, lentamente stanno emergendo tutte le posizioni particolari dei soggetti coinvolti nell’affaire subprime, fattore che non può che far guardar con ottimismo al futuro. Una volta che si sarà compreso dove c’è il marciume, allora si potrà entrare in una piazza finanziaria senza l’ausilio dei tranquillanti. Il problema, in quel momento, sarà poi sostenere un’economia reale che sta cominciando solo adesso a scontare gli effetti dei defaults delle banche e del forte credit crunch che già sta limitando gli investimenti.
Da L’Occidentale del 24 Ottobre 2008
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