Il mondo dei mutui ipotecari negli Stati Uniti non trova pace, ma l’esatto opposto. Infatti è il caos colui che regna sovrano, senza che si possa trovar una soluzione sostenibile al sistema. Ma il crollo che è avvenuto negli ultimi giorni si poteva prevedere? Fannie Mae, Freddy Mac e IndyMac Bancorp Inc. sono le protagoniste di questa storia, le grandi società di erogazione dei mutui che hanno visto le loro capitalizzazioni di borsa perdere oltre l’80% in un anno. Ma se le prime due sono società GSE (government sponsored enterprises), create ad hoc per fornire servizi finanziari con la sicurezza della presenza statale, la terza è una società privata che si occupava in linea diretta dell’erogazione dei mutui ipotecari. Si, perchè invece il meccanismo per Fannie Mae (e Freddie Mac) era diverso e prevedeva l’emissione di obbligazioni su mutui erogati dalle commercial banks a stelle e strisce. Quello che è successo però ha del grottesco: nelle ultime settimane si è avuta un’escalation sull’indice Markit iTraxx Crossover, la cartina tornasole delle società con un maggior rischio d’insolvenza del credito. Proprio le sorelle FM hanno visto il loro indice andare oltre gli 82 punti base, ovvero che il premio per il rischio di possedere aumentava, ovvero che c’erano alte possibilità di un default. Crollo che puntuale è giunto, mettendo in ginocchio i mercati finanziari di mezzo mondo. Come dire, tutti lo sapevano, nessuno ha fatto qualcosa per arginar le perdite.
Sempre puntuale è giunta la crisi di liquidità, non appena si è sparsa la voce della ridotta capacità di solvenza delle proprie obbligazioni da parte di Freddie Mac e Fannie Mae. Ma il vero problema è giunto con IndyMac Bancorp, che società parastatale non è: le sue azioni sono diventate inutili dopo poche sedute di borsa ed il vero problema sul cash flow si è verificato non appena i risparmiatori hanno cominciato a riversarsi presso gli sportelli della banca, per ritirare i propri depositi. Scene da panico già viste per Northern Rock nello scorso settembre che lasciavano presagire l’epilogo per la banca californiana, la messa in stato di fallimento da parte delle autorità governative. E così è stato, incuranti del fatto che lo scorso anno la società ha erogato mutui ipotecari per oltre 75 miliardi di dollari.
Cosa fare adesso? L’ipotesi di un intervento statale per rimettere in sesto un mercato che vale 12 trilioni di dollari (le sorelle FM hanno un business da 5 trilioni) è la più semplice, la più immediata, forse la più errata. Questo perchè è vero che pur sempre si tratta di un mercato notevole, ma il rischio di creare ripercussioni sul debito pubblico statunitense, in un sistema già pesantemente ridimensionato dalle crisi economiche in atto. Come se non bastasse, anche il clima politico yankee sembra un ostacolo, dato che per porre in essere un piano di riassetto per le due società bisogna avere un minimo di chiarezza sulle scelte di politica economica della prossima amministrazione. Per non parlare della politica monetaria portata avanti dalla Federal Reserve nell’ultimo anno, capace solo di sforbiciate ai tassi, immissioni di liquidità per soddisfar le richieste degli operatori e salvataggi di banche come Bear Stearns. La possibilità di evitar un salvataggio di stato non è da scartar a priori, quindi, ma una realtà da prendere in considerazione. Purtroppo, osservando anche le recenti decisioni di Ben Bernanke, governatore della Fed, la strada sembra delineata verso l’indulgenza nei confronti delle mele marce che hanno causato la crisi dei subprimes. Peccato che in questo modo si alimenta un circolo vizioso che rischia di far durare ancora di più le turbolenze sui mercati mondiali.
Da Ragionpolitica.it del 15 Luglio 2008