Qualcuno parla già di recessione…

Qualcuno parla già di recessione, altri sono più cautamente di forte rallentamento, alcuni proprio non entrano nell’argomento. Ma è indubbio che un dato come quello registrato dall’Istat sullo stato della nostra produzione industriale non può che essere incontrovertibilmente negativo. E non importa nemmeno se i nostri vicini di casa sono messi anche peggio, come la Francia.

Le cifre parlano chiaro: crollo del 6,6% dell’indice tendenziale nello scorso maggio, calo dell’1,4% congiunturale, diminuzione di quasi un punto percentuale (0,9%) da inizio anno. Ed anche purificando i dati valutando solamente i giorni lavorativi, il risultato non cambia di molto: riduzione tendenziale del 4,1%. Ad essere maggiormente colpiti i beni durevoli ed il comparto energetico. Proprio le variazioni negative sui durables sono quelle che fanno più preoccupare gli analisti macroeconomici, dato che da sempre essi sono un valido indicatore sullo stato economico di un paese. Sul fronte dell’energia, capitombolo per tutto il settore della raffinazione di petrolio (-14,4%), quasi a voler testimoniare la volatilità delle operazioni speculative sul prezzo del greggio che tanto hanno fatto discutere la sfera politica. Negativo anche il commento di Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria, che si è detta preoccupata perché «siamo in una fase di peggioramento della congiuntura» e che «da tempo sottolineiamo che l’economia sta andando male». Un po’ come scoprire l’acqua calda: almeno Luca Cordero di Montezemolo avrebbe avuto uno charme mediatico molto maggiore rispetto a lei.
Abbiamo quindi un’economia che sta rallentando sempre più la sua corsa, ma c’è anche chi preferisce guardare oltre le Alpi e commentare la situazione francese. Subito, infatti, si sono fatti i paragoni con le cifre diramate dell’istituto di statistica transalpino che ha notato il calo della produzione industriale di maggio, rispetto ad aprile (-2,6%). Bene, cioè male, perché in Francia v’è una sorta di altalena nell’industria, basta osservare il dato di aprile, con un +1,5%, per rendersi conto che i paragoni con l’Italia sono fuori luogo, senza scomodare altre variabili molto più complesse. Una flessione, quella italiana, che si può spiegare in molti modi, ma forse solamente uno è quello più difficile da obiettare.
Il sistema Italia è vecchio, obsoleto, come un enorme leviatano burocratico che impedisce al mercato di fare il suo corso. Alla luce di questo, come possiamo pensare che sia colpa solamente del petrolio, delle commodities agricole o della crisi dei subprime. Analizziamo le tre crisi in atto. Petrolio: passando il confine a Ventimiglia e viaggiando sull’autostrada francese molti automobilisti si saranno chiesti se avevano le allucinazioni. Perché? Perché i cartelli che indicano i prezzi dei carburanti nelle varie aree di servizio segnalavano la benzina verde ad 1,68€ al litro (28 giugno scorso). Ma in Italia il vittimismo imperante ci costringe ad affermare che sia solo colpa del petrolio se tutto aumenta. Peccato che la 27esima società al mondo (dati Forbes) sia proprio la nostra Eni, uno dei principali competitors sul mercato del greggio. Ed allora forse la colpa degli aumenti dei prezzi al consumo è da attribuire ai settori intermedi della filiera, piuttosto che colpire la fase di upstream?
Commodities: dopo il flop del vertice Fao a Roma, inutile aggiungere parole su questo tema, ma lo si fa ugualmente. L’influenza che le speculazioni sulle materie prime agricole nei confronti dell’Italia sembra essere marginale. Il timore, anche qui, è che qualche mela marcia nella filiera abbia peccato di gola. Ma soprattutto, sembra che speculare sia diventato un reato punibile con la pena capitale. Speculazione significa acquisto o vendita di un bene o di un titolo allo scopo di trarre vantaggio dalla variazione di valore dello stesso mediante l’effettuazione dell’operazione opposta a tempo opportuno (vedi De Mauro-Paravia). Bene, se io decido di giocare è perché conosco le regole del gioco e son pronto anche a sopportare un’eventuale perdita. In Italia quanti speculano con le commodities a tal punto da influenzare i mercati?
Subprime: il caso più eclatante. Finora non si registrano casi di interessi diretti da parte di istituti bancari italiani nell’esposizione alle cartolarizzazioni selvagge. Non si registrano o non sono stati comunicati? Domanda legittima, dato che le ipotesi possono essere due: o le banche italiane non hanno mai utilizzato questi strumenti (cdo, abs, rmbs, etc etc) oppure li hanno utilizzati (come sarebbe logicamente corretto), ma è meglio non dir nulla.
Troppo facile, quindi, gettar il bambino con l’acqua sporca, pensando che sia solo una colpa derivante dall’esterno e continuar la nostra operetta da vittime. Il calo della produzione industriale italiana è figlio dell’arretratezza strutturale che da troppi anni ci affligge e ci limite nella ricerca di una maggior competitività internazionale. Vincoli legislativi che devono essere spezzati, infrastrutture che debbono essere costruite, concorrenza che deve essere intesa nel modo più naturale possibile, un sistema fiscale che possa alimentare la crescita e non frenarla. Tutte misure che erano state preventivamente messe in agenda, ma che i due anni di Romano Prodi hanno messo nel dimenticatoio.

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