Quando si parla di politica e del suo rapporto con il diritto spesso si commettono delle inesattezze, specialmente dovute al contesto sociale che si analizza. Partiamo da una frase dell’immortale Hobbes, «Homo homini lupus», l’uomo è un lupo per gli altri uomini, per poter parlare del sottile rapporto fra queste due sfere e cercar di far un po’ d’ordine. La citazione di Hobbes ci introduce al nodo principale del problema: dato che l’uomo deve avere delle norme per regolare i suoi rapporti nei confronti degli altri individui, la giurisprudenza è fondamentale in questo ruolo ma deve necessariamente essere introdotta in un contesto civile responsabile e formato, ruolo che tocca alle sfere politiche.
Ma fino a che punto la politica deve contaminare il diritto e viceversa? Fino a che punto la cultura legalitaria è funzionale per il bene dello Stato? Gli esempi di Napoli e del quartiere di Scampia, nel quale le forze dell’ordine sono state assalite durante una retata contro la Camorra, proprio dagli stessi abitanti del quartiere, sono lampanti come un fulmine. Il pagamento delle imposte, sentito più che altro come un atto dovuto per evitare sanzioni, rende l’idea di come può essere distorto il meccanismo che sta alla base del rapporto politica-diritto. Proprio perché esistono queste anomalie di devono apportare delle correzioni, al fine di una maggior efficienza generale: la giurisprudenza deve poter servire alla politica per radicare negli individui i concetti legalitari che troppo spesso sono stati dimenticati e la sfera politica deve poter influenzare il diritto solo nei casi in cui questo risulti traviato da un eccesso di zelo normativo. Non bisogna mai operare solo riflettendo sull’ideale, tralasciando la realtà e viceversa. L’ideale normativo dev’essere di facile assimilazione nella persona, permettendo l’evoluzione a cittadino.
Tutti i classici problemi politici quali debito pubblico, evasione fiscale, sicurezza, vanno affrontati a quattro mani con l’apparato giuridico, il solo che può portare expertise all’interno dell’altra parte, la quale deve contribuire a portare la concretezza tipica dell’amministrazione, controllando che non ci sia un eccesso di formalità normativa. Si può parlare di rapporto a prestazioni corrispettive, un do ut des che permette alla società di formarsi senza perdersi troppo nella mera dottrina. Il rapporto, abbiamo visto, si può quindi ridurre al massimo in una relazione fra il dover essere (diritto) e l’essere (politica), una situazione in cui una mano lava l’altra, facendo opera di controllo a vicenda. Abbiamo capito che il diritto deve anche servire a creare una coscienza civile nelle persone, elevandole allo status di cittadini, ma in che modo? Quando si parla di legalità, ben pochi sanno dare una definizione corretta, specie se non si rientra in alcune sfere; l’uomo della strada ben poco saprà su questo tema e bollerà il tutto definendo cosa si deve e non si deve fare, per non andar contro la legge. Il principio della legalità ha, tuttavia, un origine ben più complessa che nasce prima ancora della Rivoluzione Francese, da cui viene demolito, e si rimanda ai giorni nostri con spirito rinnovato. Parlare di legalità significa prima di tutto parlare di uomini e donne consapevoli che le loro azioni possono danneggiare tutta la comunità in cui vivono, portandola al collasso. Non è errato ciò che dice l’uomo della strada perché, se vogliamo esagerare, i principi legalitari esistevano già molto prima del 1789 e più precisamente con i Dieci Comandamenti, sono o non solo delle leggi, nell’ambito della Cristianità?
Il diritto deve quindi operare per formare una vera e propria cultura civica fin dai primi passi dell’individuo, cominciando dalle famiglie, creando un circolo virtuoso di processi d’indottrinamento civile nell’animo malleabile del fanciullo. Questo può essere possibile solo se i genitori sono anche loro formati e via dicendo, come una lunga catena di tradizioni trasmesse. Che ruolo gioca la politica in questo caso? Semplice, quello di contributore, tramite politiche pubbliche responsabili e non arbitrarie, tramite l’istituzione di apparati predisposti a questo scopo ed alla promozione di tali valori normativi. Anche qui si può parlare di circolo in quanto, in questo caso come negli altri, si nota la relazione che intercorre fra le due parti, una non potrebbe vivere senza l’altra, ma non si devono sovrapporre; è come se si parlasse di due coinquilini che magari non si sopportano troppo, ma l’uno ha bisogno dell’altro per poter vivere bene.
Politica e diritto, visti in quest’ottica, trovano nuovi stimoli per andare avanti, senza badare alle critiche che possono piovere addosso. In un sistema politico come il nostro, spesso difficilmente definito come autorevole dagli stessi cittadini, si dovrebbe operare per poter ristabilire gli equilibri, con la conseguenza per la classe governativa, di poter amministrare con profitto il paese. Una coscienza civile non può che essere un toccasana in un paese che troppo spesso ha lasciato il campo alle scorciatoie, in ogni settore, dimenticando il vero significato della norma, sempre volta a ridurre le disuguaglianze fra i cittadini, non per vessarli, come spesso s’intende, in maniera erronea.
Da Ragionpolitica.it del 18 Maggio 2008