Le malattie dell’economia mondiale

Petrolio sempre più caro, discesa del dollaro, inflazione incrementata, domanda di materie prime sempre maggiore, crisi alimentare e crescita economica in frenata. Sono questi i principali mali dell’economia mondiale. Basta osservare con attenzione l’andamento delle borse mondiali per rendersi conto delle difficoltà che stiamo attraversando. L’indice Dow Jones ha perso dall’inizio dell’anno il 7,6%, lo Standard & Poor’s il 9,9, il Nasdaq ha registrato un calo del 14,1%, il Ftse100 (indice europeo) l’11,7 ed anche l’Italia non è messa bene, con l’S&P/MIB con una discesa pari al 18% netto. Ma i risultati del primo trimestre 2008 sono ancora più preoccupanti ed i rischi che il rallentamento della crescita economica possa tramutarsi in recessione sono aumentati notevolmente. A causa di ciò si sono diverse ragioni, di natura congiunturale, come la crisi petrolifera, e di natura strutturale, come la restrizione del credito che è in atto nel settore statunitense.
Bisogna anche registrare come l’economia europea si stia mantenendo in lidi ben più sicuri di quella americana, che paga lo scotto della crisi immobiliare legata ai subprime. Le linee guida dettate dalla Bce in merito alla politica monetaria hanno preservato il Vecchio Continente dai rischi di un’inflazione ancora maggiore di quella che stiamo sostenendo, intorno al 3%, ma con preoccupanti picchi nei paesi con un maggior stato di instabilità, come il nostro, in cui per i beni di largo consumo la cifra si attesta intorno al 4,5%. La volatilità dei mercati finanziari rimane ancora molto elevata, nonostante le rassicurazioni di Federal Reserve e Bce. Il quadro congiunturale quindi si mostra molto instabile e predisposto per l’avvento di un periodo di media durata in cui l’economia mondiale possa entrare nel ciclo negativo della stagnazione. Questo anche alla luce dei continui record battuti dal costo del petrolio.
Infatti, presso il Nymex, la borsa mercantile newyorkese, il singolo barile di greggio ha superato la quotazione di 120 dollari, attestandosi a 122,73$. Un evento che ha portato gli analisti macroeconomici nella condizione di immaginare uno scenario di medio periodo in cui il greggio possa toccare il picco di 200 dollari al barile, facendo impennare il prezzo della benzina a quota 2€ per litro. Goldman Sachs e JP Morgan si sono mostrate preoccupate delle speculazioni legate alla compravendita di greggio, anche dovute alle divisioni interne della Nigeria, uno dei maggiori esportatori di oro nero. Che l’industrializzazione vada di pari passo con un aumento della domanda di materie prime è lapalissiano, come dimostrano i vari casi storici. In tale contesto lo sviluppo dei paesi Bric (Brasile, Russia, India e Cina) è da considerare in ottica positiva, giacché v’è un incremento della situazione di benessere interno. Il problema deriva, invece, dalla particolare situazione congiunturale che il mondo sviluppato sta vivendo. Per una serie di spiacevoli conseguenze, tutte prevedibili con largo anticipo, l’economia mondiale è entrata in una fase con certezze risicate e fiducia in costante calo. Se a questo si aggiunge la diminuzione dei consumi dovuta alla risalita dei tassi inflazionari, si comprende che i timori non siano privi di fondamenti.
Una crisi, quella economico-finanziaria, ancora lontana dalla sua reale esposizione. Solo in queste settimane saranno pubblicati i bilanci per il 2007 delle principali società e si preannunciano sorprese, come quelle che hanno visto protagonista Ubs, primo gruppo bancario europeo per capitalizzazione, che si è vista costretta a ridimensionare il proprio organico con un taglio di 5500 posizioni. Infatti le perdite registrate per il primo trimestre 2008 sono pari a circa 11,5 miliardi di franchi svizzeri, più o meno 7 miliardi di euro. Ancora, il gruppo elvetico, nei giorni appena trascorsi ha ceduto 22 miliardi di asset a BlackRock, investment bank controllata da Merrill Lynch.

Le nubi che si sono addensate sull’economia mondiale sono ancora troppo fitte per poter rivedere il sole, ma la speranza è un’inversione di rotta, anche da parte delle piazze finanziarie. Ma fintanto che non saranno aggiustate le asimmetrie createsi negli anni, il trend negativo non è destinato a terminare.

Da Ragionpolitica.it del 9 Maggio 2008

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