Nazionalizzare Alitalia sarebbe un errore imperdonabile

Non passa giorno che non si parli di Alitalia e del suo futuro, sempre avvolto nell’ombra. Dopo la dipartita di Air France-Klm e la vittoria delle elezioni politiche da parte del Popolo della Libertà, si è parlato a lungo dell’ipotesi della cordata italiana. Ma dopo il maxi prestito-ponte di 300 milioni di euro concesso nei giorni scorso dal Consiglio dei Ministri per dare liquidità all’impresa, spunta una nuova ipotesi, quella della nazionalizzazione.

Proprio alla luce dell’immissione dei famosi 300 mln nelle casse di Alitalia, la Commissione Europea ha cercato di chiarire le posizioni prese dallo stato italiano nei confronti di un’impresa che non potrebbe ricevere aiuti finanziari fino al 2011. Infatti, l’ultima sovvenzione statale concessa alla nostra compagnia aerea è stata nel 2001 e la legislazione comunitaria impedisce di fornire finanziamenti verso imprese private per più volte nell’arco di dieci anni, anche se forniti a tassi di mercato. Verosimilmente, nessun investitore privato avrebbe deciso di concedere un prestito ad una società in costante perdita e contesa fra la classe politica e quella sindacale. Ma, come un lampo nella notte, sono arrivate la parole del premier in pectore, Silvio Berlusconi, che ha risposto seccamente ai dubbi del commissario europeo ai Trasporti, Jacques Barrot. «Attenzione, se stanno a zignare potremmo prendere una decisione per cui Alitalia potrebbe essere acquistata dallo Stato, dalle Ferrovie dello Stato. È una minaccia, non una decisione» sono state le parole riprese da quasi tutte le agenzie di stampa, da Ansa a Reuters. Subito l’Ue, tramite il commissario alla Concorrenza Neelie Kroes, si è dichiarata neutrale nei confronti di ipotesi di nazionalizzazione nell’Eurozona, limitandosi ad aggiungere che non vengono posti veti sulle operazioni, ma sulle modalità di svolgimento delle stesse. Come dire, non ci interessa Alitalia viene acquistata da un privato o dallo Stato, ma non ci devono essere aiuti di parte.
Ma a proposito delle dichiarazioni di Berlusconi ci sono alcune obiezioni che è necessario porre. FS ha registrato, per il bilancio 2007, un risultato netto negativo per circa 409 milioni di euro, in netta ripresa rispetto all’anno precedente, in cui le perdite erano pari ad oltre 1700 milioni. Domanda banale, ma legittima: come si pensa che FS possa acquisire Alitalia (e tutti i suoi debiti) con un bilancio, seppur in netta ripresa, ma pur sempre in negativo? La conseguenza sarebbe il fagocitamento da parte dello Stato Italiano di tutte le perdite generate da Alitalia ed il mantenimento dello status quo, di tutte le posizioni e gli interessi particolari che hanno prodotto solo una pessima gestione industriale negli ultimi 15 anni. Per il cittadino non sarebbe molto differente da ora dato che tanto i soldi pubblici vengono ugualmente erogati nelle casse del nostro vettore aereo. L’ipotesi di FS, sulla carta, non sembra essere quella più idonea, se proprio nazionalizzare si vuole. E qui entra in gioco la seconda obiezione da porre.
Nazionalizzare nel 2008 sta diventando di moda. Dopo i crolli dovuti alla crisi dei mutui subprime abbiamo visto banche commerciali e d’investimento essere prese per la collottola e portate in salvo dagli Stati, più o meno implicitamente. Northern Rock e Bear Stearns sono due nomi che abbiamo imparato a conoscere, ma sono solo i più celebri. Nell’euforia di portare la mano (visibilissima) dello Stato dove fallisce il mercato, non ci si rende conto di quanto sia obsoleto parlare di nazionalizzazioni ai nostri giorni. Portare Alitalia ad essere di proprietà dello Stato significa perdere la battaglia dell’innovazione competitiva e della libera concorrenza. Ne perderà la produttività personale, la qualità media, il costo per il consumatore, oltre che tutti i cittadini italiani. Rendere “di stato” un’impresa significa inevitabilmente impedire che si possa creare un mercato libero in quel determinato settore economico. Le asimmetrie fra una società nazionalizzata ed una privata sono qualcosa di difficilmente sormontabile, tutto a discapito del costo finale per il cittadino. Il mercato ha già dimostrato che, nel settore dell’aviazione civile, il servizio pubblico è reso ancora migliore dalle imprese private. Le condizioni di diritto per statalizzare Alitalia quindi vengono meno. Senza contare che sarebbe applicata la stessa contrattualistica lavorativa di tutte le altre imprese pubbliche ovvero bandi, concorsi, assunzioni a tempo indeterminato che uccidono il merito e l’efficienza. Non si contribuirebbe al riassestamento di Alitalia, ma al suo Requiem e, con esso, gravi perdite per l’economia italiana. Ma soprattutto, sarebbe una sconfitta morale per tutti coloro che credono nel mercato e che ancora portano avanti il vessillo del Liberalismo in Italia. Ironico che sia stato proprio il Cav. a proporre questa operazione. La speranza è che possa restare solo uno sfogo fine a se stesso, la paura è che possa diventare una strada da percorrere.

Il risanamento di Alitalia passa attraverso lo smantellamento delle inefficienze e degli sprechi prodotti dalle baronie che imperversano da decenni negli uffici della Magliana, non attraverso misure che puzzano di vecchio come le nazionalizzazioni.

Da L’Occidentale del 30 Aprile 2008

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