Prezzo del petrolio e sfide globali

Quello che sta succedendo negli Usa e nel resto del mondo ha dell’incredibile. Il costo di un singolo barile di petrolio è spiccato verso quota 120 dollari, una cifra mai raggiunta prima.

Molti si domandano quando sarà infranto il prossimo record e che sviluppi ci saranno per la nostra economia, in che modo saranno stravolti gli assetti internazionali. Rispondere a queste domande non è semplice, dato che sono molte le variabili che riguardano questo annoso problema. Partiamo dal definire le origini della crisi petrolifera. Innanzitutto la domanda di carburanti è cresciuta in modo esponenziale negli ultimi anni, di pari passo con l’evoluzione dell’economia cinese e non solo. L’invasione con gli occhi a mandorla e la richiesta sempre maggiore di materie prime è stata determinante nella corsa al rialzo del costo del petrolio, ma una domanda è lecita: si poteva e doveva prevedere? In parte sì, ma si è cercato di minimizzare il tutto, facendo come gli struzzi. Quella che ha vissuto e sta ancora vivendo Pechino non è altro che una sorta di rivoluzione industriale, non molto diversa, nella forma, da quella vissuta dalla vecchia Europa nei secoli scorsi. Domanda aggregata di beni sempre maggiore, crescita economica a due cifre e un grosso dispendio di capitale umano sono le prerogative necessarie per lo sviluppo di una nazione. Ogni territorio che vuole accrescere la propria ricchezza deve necessariamente pagare uno scotto per questo scatto evolutivo.
Alla luce di ciò era assai prevedibile un mutamento degli assetti geopolitici non appena la Cina ha preso consapevolezza di poter giocare un ruolo determinante sullo scacchiere economico. Chi si è dichiarato contro i processi globalizzanti è stato smentito dal corso della storia, che ha portato il benessere dove non c’era, perfino nelle province della Repubblica Popolare Cinese. Ma è proprio questo obiettivo che ha portato all’aumento della richiesta di beni primari, quali riso e petrolio, che hanno toccato costi imbarazzanti in queste settimane, costringendo perfino un colosso della Gdo americana, Wal-Mart, a razionare la vendita del riso per un massimo di quattro sacchi (12,5 kg) a persona.
Ma dopo i primi virgulti cinesi si è quindi arrivati ai giorni nostri, con la nuova crisi petrolifera, forse la peggiore da almeno 30 anni. Il cartello dell’Opec e la voracità sempre maggiore dei paesi industrializzati (in aumento) hanno portato e contribuito all’impennata del costo dei carburanti, una crescita che è ben quantificabile se si osservano i dati relativi ai costi per il singolo barile di greggio di dieci anni fa (o dieci mesi fa, il risultato non cambia). Tutti si riempiono la bocca, sprecano inchiostro e vincono perfino un Nobel per porre le più banali soluzioni al problema: bioetanolo, idrogeno, energia eolica, risparmio energetico e chi più ne ha ne metta. Male, perché si perde di vista il nodo centrale di tutto il discorso. Le crisi dovute alla evoluzione industriale sono qualcosa che la storia conosce molto bene e sono state sopportate nel nome del progresso. Si pensi anche solo alla nostra condizione nel secondo dopoguerra, negli anni del boom economico. Da agricoltori ci siamo trasformati in operai e poi, molti, in borghesi. Tutto questo ha avuto dei risvolti nella crisi energetica degli anni ‘70 del secolo scorso, la famosa austerity. Eppure nessuno è morto in seguito a quella crisi e siamo arrivati, nonostante la maggior richiesta, in questi giorni senza patire troppo.
Allo stesso modo, quello che stiamo vivendo oggi non è altro che lo stesso dilemma, con la differenza della scala globale. Ma non bisogna pensare che capitalismo e globalizzazione abbiano prodotto solo sofferenza e diseguaglianze. Il risultato non deve essere visto solo con gli occhi di chi il benessere lo conosce da secoli. Nei luoghi dove prima c’era solo miseria, il capitalismo ha portato ricchezza e possibilità per chiunque di poter aspirare ad un avvenire migliore. Se questo poi va di pari passo con una maggior domanda di beni e servizi, non può che giovare alla nostra innovazione, dato che lo status umano è quello della costante ricerca. Ecco quindi che, con gli occhi del presente, la crisi petrolifera è vista con accezione negativa e non in maniera lungimirante. La focalizzazione verso il futuro porta a trovare nuove strade da percorrere, come quella dell’idrogeno e di altre tipologie energetiche. Nell’epoca dell’informazione convulsiva, ogni minimo brivido viene visto come uno scossone epocale. Proprio per questa ragione anche l’aumento del costo del petrolio e l’aumento generalizzato dei prezzi viene osservato nella sua attuale fenomenologia e non nella sua interezza. Tutto fa notizia, ma i titoli più recettivi di attenzioni sono proprio quelli semi-drammatici. Manca, nel mondo, una sorta di ottimismo per il futuro, lo stesso che ci permette di sognare senza demagogia.

La fase storica che stiamo vivendo ci costringe, nel breve periodo, ad essere molto più oculati che nel passato, quello recente. Ma quello più remoto, quello dei nostri padri e dei nostri nonni, rapportato al nostro, non conosceva il significato di oculatezza, dato che non si conosceva appieno il termine «benessere». Peccato che spesso la memoria sia troppo corta.

Da Ragionpolitica.it del 29 Aprile 2008

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