Il lascito di Prodi colpisce Alitalia

Perfino gli ultimi provvedimenti del governo Prodi riescono ad essere del tutto inadeguati, come una sorta di lascito vendicativo nei confronti del prossimo esecutivo, quello del designato premier Silvio Berlusconi.

Un esempio è il caso Alitalia, ieri entrato in una nuova fase, non certamente semplice da gestire, né a livello italiano né europeo. Riunito con velocità, il Consiglio dei Ministri ha approvato un decreto (che Berlusconi dovrà convertire il legge entro 60 gg) che eroga un prestito per aumentare la liquidità di cassa di Alitalia, ormai a livelli preoccupanti e troppo esigua per poter condurre una nuova trattativa di vendita. 300 milioni di euro, altri soldi buttati nell’abisso, in barba alle regole comunitarie che impediscono di fornire aiuti di stato nei confronti delle imprese in difficoltà. Si è quindi utilizzata la semplice formula letteraria del finanziamento straordinario per ragioni di ordine pubblico, al fine di salvaguardare il regolare svolgimento del traffico aereo in Italia. Ma pure sempre di prestito-ponte si tratta, dato che anche il ministro dell’Economia, Tommaso Padoa Schioppa, si è mostrato scettico sull’operazione (ratificata dal Viminale) ed attende risposte da Bruxelles. I famosi 300 milioni, ottenuti dal ministero dello Sviluppo Economico, erogati al tasso di mercato e da rimborsare entro la fine dell’anno, in teoria dovrebbero servire a sostenere le spese di gestione della compagnia di bandiera, fintanto che non si sarà trovato un altro acquirente. Si parla insistentemente di due nuovi attori in questa storia che ora è farsa, ma potrebbe diventare dramma; la celebre cordata italiana ed Aeroflot, la compagnia russa che già si era ritirata nello scorso agosto dalla gara per l’acquisizione. Ma quest’ultima opzione non è la più semplice da percorrere, considerati i limiti della soluzione russa: il fatturato di Aeroflot è troppo basso per poter acquisire Alitalia e la legislazione internazionale impedisce ad una compagnia extra-comunitaria di acquistare i diritti di traffico intercontinentali della Magliana.
Ma quello che deve far riflettere non è solo la mancata presa di coscienza che Alitalia ormai è destinata a morire, bisogna solo capire in che modo. Non è pessimismo, ma puro realismo. Alitalia è già morta una decina d’anni fa, dopo una decina d’anni di malattia. Quello che si sta facendo su di lei ora si può considerare come accanimento terapeutico, dato che il male dentro di essa, la pessima gestione aziendale, è ormai impossibile da sradicare, se non con scelte del tutto coraggiose. Accettare la soluzione proposta della Legge Marzano, il commissariamento con il potere di vendere beni o settori produttivi per far fronte ai debiti ed evitare il fallimento, non è ancora stata presa in considerazione, ma sembra essere l’unica soluzione accettabile anche dal mercato. Proprio i mercati finanziari che di fiducia nei confronti di Alitalia non ne hanno più, come dimostrano le recenti quotazioni di borsa del titolo, ormai a livelli imbarazzanti (27 cent all’ultima seduta). Il governo Prodi ha colto la palla al balzo, sbolognando la patata bollente nelle mani di Berlusconi. E non è una situazione facile, quella ereditata. Senza dimenticare i costanti aumenti dei carburanti e l’impennata del tasso d’inflazione, quella della compagnia aerea nazionale è la questione che necessita dell’intervento più immediato, anche a causa della mancanza strutturale di cash-flow. Che ci debbano essere scelte impopolari per risanare una macchina mangia-soldi è indubbio, altrimenti non si potrebbero eliminare tutti gli interessi personali che viaggiano intorno all’impresa, come dimostrano le nove sigle sindacali sedute al tavolo delle trattative e che hanno fatto fuggire Air-France-Klm.

Un bel regalo, quello di Prodi e compagnia. Ma fra poco tempo saremo noi a doverci occupare della questione. L’importante è cercare di chiudere al più presto, con benefici diffusi e costi limitati alle mele marce, anche a costo di scelte impopolari nel breve periodo, ma lungimiranti.

Da Ragionpolitica.it del 24 Aprile 2008

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