Una nuova proposta giunge dall’ormai designato ministro dell’Economia, Giulio Tremonti. Nonostante sia stato creato ad hoc il Financial Stabilty Forum per studiare la crisi economica che stiamo vivendo, Tremonti giudica troppo leggere le 70 linee guida promosse da Mario Draghi ed indica un nuovo metodo per far ripartire l’economia in Europa.
Un metodo che, tuttavia, tanto nuovo non è. «Ad occhio è un po’ come un’aspirina data per una malattia più grave». Con queste parole, assai pesanti, Tremonti ha commentato l’operato del Fsf, l’organismo creato nel 1999 per promuovere la stabilità finanziaria internazionale, ridurre i rischi di crisi sistemica e razionalizzare i mercati. Infatti, dopo lo scoppio della bolla immobiliare statunitense Mario Draghi, al vertice del Fsf, e gli altri membri hanno iniziato ad analizzare la peggior crisi economica dal 1929, per evitare il rischio che si potesse espandere ancora di più altri settori economici. Il prodotto è stato una sorta di vademecum sulla vigilanza e sul controllo nei confronti di banche ed intermediari finanziarie, per evitare sacche di non trasparenza nei bilanci degli istituti di credito. Eppure, secondo molti, non si è fatto abbastanza per fronteggiare i subprime. Uno di questi è proprio Giulio Tremonti che da Parigi, in occasione del meeting dell’Aspen Institute Italia che presiede, esprime la sua opinione e prova a fornire una soluzione sostenibile per l’Europa. L’idea è quella di alimentare lo sviluppo europeo con l’emissione di titoli di debito marchiati Ue, i cosiddetti eurobond. Ma che tipologia di prodotto finanziario prende questo nome e da chi può essere emesso? Sono eurobond tutte quelle obbligazioni emesse in un mercato da società emittenti che non risiedono nella nazione di appartenenza di quel mercato e che hanno una valuta differente da quella del paese in cui sono state collocate. Un esempio sono tutti i bond emessi da Bei (Banca Europea degli Investimenti), Banca Mondiale, Bers (Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo), Ifc (International finance corporation) e Consiglio d’Europa. In genere questo tipo di strumenti è utilizzato solo da grandi investitori, essendoci una soglia d’ingresso molto elevata. Tuttavia, una domanda sorge spontanea: dove si trova l’inghippo?
I mercati in cui vengono trattati gli eurobond sono in genere molto liquidi e caratterizzati dal fatto che sono soggetti ad una fortissima internazionalizzazione. Bene, cioè molto male, dato che, come abbiamo visto anche nel recente passato, i continui crolli di Bear Stearns e non solo, ebbero un notevole riscontro anche sulle piazze europee ed asiatiche. Colpe e virtù della globalizzazione e dell’informatizzazione del mondo finanziario, che rende immateriali le transizioni e porta una velocità che può essere la croce (o la delizia) degli investitori. L’attuale carattere instabile dei mercati non giova alla creazione di fonti di debito, a meno che non ve ne sia l’immediata necessità. Questo perché è ancora l’incertezza a farla da padrona, come dimostrano le altalene borsistiche ed i tassi di fiducia interbancaria ai massimi dallo scorso dicembre. L’emissione di obbligazioni europee, e quindi la creazione di debito pubblico comunitario, non può essere vista come una soluzione immediata ai problemi della crescita di Eurolandia. Questo per almeno due ragioni. La prima è legata alle diverse tipologie di economie nazionali degli stati membri, con conti pubblici e con coefficienti di crescita differenti. Chi garantisce in modo indiretto sulle obbligazioni emesse? Gli stati membri? Il secondo dilemma è legato alla situazione economica europea. La crisi che stiamo vivendo non è tanto legata alla crescita (come negli Usa), quanto ai tassi inflattivi, che non vengono curati con la creazione di bond comunitari, ma con politiche monetarie restrittive, limitando la base monetaria. Infatti, ciò che serve ora sono le misure per contrastare la corsa dell’inflazione, che sta battendo ogni record segnato finora.
La principale barriera per gli eurobond deriva proprio dalla tipologia di contrattazione a cui sono sottoposti. Proprio la globalizzazione selvaggia ed il capitalismo transnazionale senza scrupoli stati condannati da Tremonti ed ora propone di utilizzare, seppur in modo implicito, questi metodi per far ripartire l’economia? Senza contare che si rischia di pensare troppo al peccato che non al peccatore. Non sono tanto i modelli economici a creare asimmetrie, quanto gli attori coinvolti nel gioco che, con posizioni speculative, creano le bolle, come quella immobiliare. Tremonti in ogni caso ha centrato l’obiettivo che deve porsi l’Europa. Quello di prendere coscienza della propria forza ed indipendenza nei confronti degli Usa, dopo il mutamento di molti assetti, travolti dai subprime. L’Ue quando avrà compreso la sua forza potrà diventare più matura anche dal lato politico-istituzionale, finalmente libera dai timori che l’hanno sempre contraddistinta.
Da L’Occidentale del 21 Aprile 2008
[...] dovrebbe partire per ridare fiducia a lavoratori e imprese“. Mentre Fabrizio Goria analizza la proposta Tremonti sugli eurobond: “La principale barriera per gli eurobond deriva proprio [...]
Non mi convince l’esposizione sugli Eurobond.
Essenzialmente sono un modo per “cartolarizzare” il debito pubblico italiano (se a Tremonti cosa fregherebbe?).
Lo spread tra debito pubblico italiano e tedesco si sta alzando, ci costa sempre di più finanziare il nostro pensante Stato, e questo inficia sulle risorse disponibili per la crescita (o il clientelismo, fate voi). Emettere un titolo con il marchio “euro” senza più distinguere tra italiano e tedesco ci permetterebbe di “ingannare” il mercato che sicuramente ha più fiducia in una UE in cui la Germania ha un peso determinante che in una Italia che non promette nulla di buono; si vuol cioè sfruttare la reputazione di un ente sovranazionale (e della Germania) così come è stato fatto nel passaggio da lira a euro.
Trasformare debito italiano in eurobond non altera la somma netta di debito in circolazione, quindi non turba il mercato.
La crescita economica e l’instabilità del mercato (indotta dalla politica monetaria, quindi dallo Stato) non c’entra nulla, gli eurobond sono solo una trovata opportunistica in tipico stile italiano.
Grazie per il commento, Leonardo.
Ma credo che la premessa sia errata. Tremonti non vuole utilizzare il debito pubblico italiano in eurobond, ma estrarre il dividendo di Maastricht e capitalizzare la potenza dell’euro. Una proposta che era già stata accolta con moltissime riserve pochi anni fa, quando Tremonti ne parlò per la prima volta.
Il problema è però di chi sta dietro a queste obbligazioni. Chi le garantisce? Il Consiglio d’Europa? La Bers? Quello che mi preoccupa è che si possa sfruttare proprio le asimmetrie informative che starebbero dietro all’emissione di eurobbligazioni. Non so, Tremonti ultimamente mi chiedo se sia ancora del PdL oppure se sono io che ho una deriva mercatista ancora più marcata… ;-)
Cordialmente,
FG
“estrarre il dividendo di Maastricht e capitalizzare la potenza dell’euro” se mi permetti la battuta (è solo una battuta), scrivi come un democristiano :)
In ogni caso mi pare abbiamo detto la stessa cosa in modi diversi: “chi sta dietro a queste obbligazioni. Chi le garantisce?” si accoppia con “Emettere un titolo con il marchio “euro” senza più distinguere tra italiano e tedesco”. Sfruttare appunto un generico marchio “euro” nascondendo il debitore finale (l’Italia, nel caso). L’ho definita cartolarizzazione giusto per esaltare la brutturia della cosa (diventerebbe cartolarizzazione effettiva se ci fosse un ente intermedio sovranazionale che acquisisce debito nazionale e lo trasforma in generico debito “euro”).
Io mi “fido” di Tremonti: se propone questa cosa ha già in mente come sbolognare debito italiano al mercato spacciandolo per debito pregiato (leggi: esiste già un possibile ente che raccoglie e rimbalza il debito dagli Stati singoli al mercato come generico “euro”).
Non è l’unico caso in cui Tremonti propone politiche europee con benefici (di breve termine) in Italia e con costi sparsi sul resto d’Europa.
Questo primo caso è: confondo il debito italiano con quello tedesco, quindi pago un differenziale di rischio “intermedio”, beneficiando lo stato italiano e danneggiando lo stato tedesco e la credibilità dei titoli in euro in generale. Praticamente significa truffare gli acquirenti di eurobond sfruttando asimmetrie informative.
Il caso precedente era: metto dei dazi contro la Cina, così se il tedesco vuole comprare una T-shirt a 1€ fatta a Shangai non può, e deve comprarla in Italia a 2€. In genere i dazi sono una tassa sui consumatori a beneficio di alcuni produttori, un protezionismo mirato su merci prodotte in Italia a livello europeo avrebbe effetti redistributivi a favore dei produttori (inefficienti) italiani.
Questa politica presuppone che il resto d’Europa sia masochista o sia così innamorata dell’Italia da accettare queste politiche miopi (entrambe), lobbyistiche (la seconda) e fiscalmente irresponsabili (la prima), e pagarne il conto.
Quello che temo è che, per far passare la “vittoria” elettoralistica, si fa per dire, italiana di avere più dazi (magari sotto forma di “social clause”) e più deficit pubblico (a costo inferiore), si concedano sottobanco ai partner europei delle concessioni ben più pesanti per il benessere degli italiani.
Fondamentalmente, Tremonti o pensa che gli europei siano scemi, o vuole avere un titolo sui giornali (”rules-based trade grazie a Tremonti” o “annullato lo spread italia/germania”) in cambio di “privilegia odiosa” concertati sottobanco e pagati da tutti gli italiani.
Spero che l’Italia avrà un Ministro dell’Economia credibile e competente, ma non sarà così perchè al 99% sarà Tremonti…
PS L’affermazione “estrarre il dividendo di Maastricht e capitalizzare la potenza dell’euro” non è di un democristiano, è di Tremonti in persona. :-)
L’espressione in effetti era proprio quella del caro Tremonti e tranquillizzo Libertyfirst…Giulio è già il ministro dell’Economia. E pensare che lo stimo tantissimo, come tributarista e come animale da duello politico (per la sua ironia pungente), ma la sua deriva non mi piace assai.
La cartolarizzazione (va anche bene quel termine IMHO) potrebbe portarci in una spirale molto pericolosa, con la conseguenza della scala molto maggiore dell’esposizione.
Ma voglio puntare un secondo su quello che si è paventato con la Cina. Avevo giusto scritto un paio di pezzi per L’Occidentale a riguardo, che magari vi possono interessare. La cosa peggiore del libro è stato, fra l’altro, il passaggio su comunismo e liberalismo… non sapevo che dire, che fare…
Ci tocca 3monti per cinque anni? Speriamo che Della Vedova o Martino riescano a fargli le scarpe in un annetto e speriamo anche che Siniscalco (ed i suoi “dogmi”) resti tanto a GS (seppur anche lui lo trovi simpaticissimo)…
Cordialmente,
FG
Perdonami, non è che cartolarizzando si crea necessariamente un rischio multiplo per l’europa: significa nella fattispecie di cui parla tremonti “cambiare il vestitino” ad un debito (non lo chiamo BTP, lo chiamo Eurobond), non certo moltiplicarlo.
Se poi, con la scusa che si pagano tassi minori, lo Stato Italiano pensa di allargare ulteriormente il debito (spero fosse questo quel che intendevi) il problema non è di cartolarizzazione, ma di mani bucate.
Buon lavoro
;-) vedo che hai capito in che nazione viviamo e come mai ho scritto ciò… Anche solo un settimanale come Economy si è preoccupato (ed occupato più volte) della distorsione tutta italica su derivati e cartolarizzazioni…
Buona lavoro anche a te!
FG