Non si attenua la crisi dei subprime

Per fronteggiare la crisi esplosa nello scorso agosto, il mondo finanziario chiede maggior trasparenza. L’esposizione al rischio è superiore alle peggiori attese e la necessità è quella di scovare dove siano allocati i titoli subprime.
Nello scorso autunno, il G7 ha creato un’istituzione, il Financial Stability Forum, per analizzare in modo approfondito il come ed il perché dello scoppio della bolla speculativa del settore immobiliare statunitense. Sotto la direzione del governatore di Bankitalia, Mario Draghi, si è concluso l’incontro del Forum a Roma, a Palazzo Koch. Ciò che emerge è una crisi notevolmente ridimensionata verso l’alto. Parlano i dati: 600 miliardi di dollari di perdite sul mercato tedesco secondo le peggiori attese, 430 miliardi secondo le migliori, 295 mld già conosciuti sui mercati internazionali, circa 300 miliardi ancora da scoprire. L’invito rivolto da Draghi e dagli altri componenti del Fsf alle banche, ma non solo, è quello di manifestare tutte le reali perdite, sia quelli di bilancio che fuori. Non solo istituti di credito, però. Rientrano nelle categorie poste sotto vigilanza anche strumenti finanziari che fino a poco tempo fa erano considerati minori. Ecco quindi che l’occhio si sposta verso hedge funds e società di asset management. Nella nota diramata alla fine del meeting, si spiega che «nei bilanci delle banche si va accumulando un volume ingente di crediti che, in precedenza, venivano ceduti. Unitamente a perdite di valore sui mutui ed altre attività, questo processo provoca tensione sul grado di patrimonializzazione degli intermediari». La naturale conseguenza sono le numerose svalutazioni che crescono in modo esponenziale dopo le prime analisi delle società di revisione. Gli esempi sono quelli di Ubs, Morgan Stanley, Northern Rock, Credit Suisse, Bear Stearns e la lista potrebbe continuare ancora a lungo. La ragione è anche da ricercarsi nel dato di fatto che svariati mercati finanziari di titoli di credito cartolarizzati siano ormai chiusi. Questi non possono essere ceduti da chi li ha comprati e creano un buco di bilancio che porta verso il credit crunch, la restrizione nella concessione dei crediti. Il problema principale è la mancata consapevolezza del rischio di credito che ogni gruppo bancario ha, una vera e propria serpe che si nasconde fra i dati di bilancio. Ma per scoprirlo, cosa serve?
Le misure necessarie per arginare la crisi sono trasparenza, controllo di gestione, vigilanza da parte delle banche centrali e regolamentazione dei mercati over the counter. L’introduzione di due importanti normative come Basilea 2, all’inizio del 2007, e la MiFid, del novembre scorso, ha cercato di ridurre la libertà di mercato di ogni singolo operatore. Si sa, l’occasione rende l’uomo ladro e la speculazione attira assai, quando si ragiona in termini di profitto, costi e ricavi. Entrambe le nuove discipline, tuttavia, non sono riuscite a far emergere nella loro totalità tutte le perdite legate ai mutui subprime in Europa. Ma è giusto il giro di vite nei confronti di banche ed operatori finanziari qualificati? In ottica liberista, no. Il motivo è presto scritto, maggior controllo significa minor libertà di contrattazione dei titoli, meno concorrenza, meno possibilità di aggiungere valore in ogni singolo scambio. Ma in una visione gestionale, occorre in primis stabilire chi è buono e chi è cattivo. Quindi, può essere esatto, nel breve periodo, compiere una restrizione della libertà a favore dell’assestamento del mondo finanziario e della crescita economica, vicina alla stagnazione. Lo stesso Draghi, in conclusione del Fsf, ha ribadito come «i mercati devono affrontare significative sfide nel breve periodo, a causa delle crisi di liquidità ed alle mancanze di fiducia da parte di operatori e consumatori».

E’ ironico che non sia ancora apparsa, dalla nascita della crisi subprime, una cifra plausibile delle svalutazioni per tutto il pianeta. Proprio dove ha fallito la mano invisibile a favore di quelli visibilissime degli sciacalli, si sta cercando da 8 mesi di calmierare la falla. Si è capito di cosa si tratta, com’è nata, come si è sviluppata. Manca solo capire quanto è grossa e dove si trova. Ma non è detto che il giro di vite possa servire contro l’epidemia.

Da Ragionpolitica.it del 1 Aprile 2008

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