Il Fmi e l’Ocse affondano l’Italia

L’Italia sta vivendo un particolare fenomeno, la stagflazione, da alcuni mesi. Ora arriva la conferma di questa tendenza da parte di Ocse e Fmi. Inutile cercare di trovare delle scusanti, fondamentale trovare delle risposte veloci per rialzarci.
Come scritto più volte su queste pagine da Emanuela Melchiorre e confermato dal sottoscritto, la stagflazione è la situazione in cui si trova la nostra economia. Un forte rallentamento della crescita fino al raggiungimento della stagnazione ed un clima di costanti aumenti della leva inflazionaria, capace di stritolare i consumi, far crollare il potere d’acquisto delle famiglie e bloccare la produzione industriale. Se nel calderone mettiamo insieme anche la crisi subprime, il cambio euro-dollaro che fa pendere la bilancia commerciale contro l’Ue e l’incertezza che vige nel nostro paese, si possono interpretare meglio le stime delle due istituzioni economiche. Per il Fondo Monetario Internazionale l’Italia, nel 2008, crescerà dello 0,6%, con un ribasso di 70 punti base rispetto alle previsioni dello scorso ottobre. In compenso, l’Eurozona avrà una crescita prevista di 1,6%, mantenendo la sua posizione di forza, anche contribuita dalla politica monetaria di sostentamento e controllo dei prezzi dettata dalla Bce. Ma se per l’istituto di Washington le cose non vanno bene per noi, anche l’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) si unisce nel decretare il rallentamento della nostra economia. Infatti, le stime parlando di una crescita della zona Euro attestata a quota 1,9%, mentre per Roma si prevede solamente l’1,1%, in netta controtendenza alle stime di sei mesi or sono. Ma non basta, il capo economista Ocse, Jurgen Elmeskov, si pone alcuni interrogativi, fra cui «perché la crescita italiana è così bassa? sono necessarie riforme strutturali e una migliore performance della produttività, il cui andamento nell’insieme resta un mistero». In questo clima non è difficile immaginare quale possa essere il futuro dell’Italia nello scacchiere internazionale, in seguito alla crisi del mercato immobiliare che ha investito gli States. Ironico che, in tutta Eurolandia, la maglia nera per quanto riguarda le stime di crescita ed i conti pubblici, vada comunemente al nostro paese. A questo punto, sembra un sogno fin troppo pretenzioso il taglio della spesa pubblica paventato da Walter Veltroni, segretario del PD, pari a 40 miliardi di euro in 5 anni. Ma forse parla così proprio perché di economia ne sa poco.
Chi invece guarda al realismo, alle crescite esponenziali di tutti i beni di prima necessità, dei mutui abitativi, delle imposizioni fiscali per le imprese, non può non ritrovarsi spiazzato di fronte a dichiarazioni come quelle dell’ex sindaco di Roma. Infatti, il nostro non sta tenendo in alcun modo conto di una delle componenti fondamentali della nostra economia, le imprese. Non si può continuare a parlare di ridare credito alle famiglie, dimenticando le imprese. Il nostro settore industriale ha registrato (e sta registrando) forti rallentamenti nella produzione, dovuti in larghissima misura al cuneo fiscale eccessivo, alla burocrazia asfissiate e ad una scarsissima propensione all’incentivazione dell’imprenditorialità. Proprio il carico fiscale è uno dei motivi di rabbia incontrollata da parte degli industriali, vessati sotto il punto di vista tributario e sotto quello amministrativo. L’eliminazione dei deficit strutturali e la riduzione del gap competitivo con gli altri paesi del Mondo è qualcosa di necessario. Proprio in questi mesi si sta giocando una partita importante, quella della presa di coscienza della nostra situazione, che non è solo disagiata a livello del settore famiglie, ma in tutto il Sistema Italia. Le famiglie devono poter avere nuovamente credito, ma non attraverso l’introduzione di salari minimi. Sarebbe come dare del cibo ad un mendicante, che invece necessita della canna da pesca. Allo stesso modo, lo stipendio base di 1.000-1.100 euro promesso da Veltroni produrrebbe effetti spaventosi, non solo in termini produttivi e meritocratici delle famiglie, ma anche nel complesso delle imprese, se non coadiuvate da un secco taglio delle imposte a loro carico. La soluzione è quella di lasciare sempre più libero il mercato di autocorreggere le proprie imperfezioni e livellare le asimmetrie attraverso la selezione avversa. Fare questo in Italia è possibile? Certo che no, considerato il nostro background culturale, e la soluzione rimarrà solo un semplice esercizio di stile.

In Italia siamo così, perfino quando ci dicono che stiamo sbagliando, non crediamo al nostro interlocutore fin a che non battiamo la testa. Ocse e Fmi hanno solo comunicato quello che tutti sapevano e che nessuno diceva. Ma siamo sicuri che questa volta gli allarmi vengano ascoltati?

Da Ragionpolitica.it del 26 Marzo 2008

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