La Fed taglia ancora

Ben Bernanke, il governatore della Federal Reserve, dimostra che l’economia è scienza in cui l’irrazionalità e l’impulsività la fanno da padrone. A circa dieci giorni dal taglio del tasso interbancario di 0,75 punti percentuali, ecco che arriva un’ulteriore sforbiciata.

Questa volta il taglio è dello 0,5% e porta il tasso a quota 3%, il livello più basso dal 2003. Bene, cioè male, perché se si pensa di scongiurare il rischio recessione, paventato ormai da tutti gli addetti ai lavori, con una raffica di tagli ai tassi d’interesse, ci si sbaglia. Non perché il taglio è una misura negativa, perché cerca di portare fiducia in un luogo in cui è assente, ma perché arriva in ritardo. Nel quarto trimestre l’economia americana è cresciuta con un trend pari allo 0,6%, troppo poco perché non si parli di recessione del sistema, in seguito alla crisi del settore immobiliare a stelle e strisce. Ma la mossa di Bernanke non è solo sbagliata nella tempistica, lo è anche nella forma: un taglio era necessario e richiesto dallo stesso mercato in quel di settembre, quando ancora non si manifestavano all’orizzonte le nubi minacciose rappresentate dai bilanci delle merchant banks americane, pesantemente coinvolte nella crisi. Era il mercato a richiedere un aiuto e, si sa, sono davvero poche le situazioni in cui si richiede un supporto. Aiuto che è arrivato in ritardo e sembra solo una misura per rattoppare una falla ben più grossa. Pensandoci bene, il brutto arriverà solo fra poche settimane, giusto il tempo che vengano presentati i bilanci 2007 delle società. Ubs, il primo gruppo bancario europeo per capitalizzazione, ha già comunicato che le perdite per il bilancio d’esercizio 2007 sono pari a 7,7 miliardi di euro, una cifra doppia rispetto a quella ipotizzata dagli analisti. A fronte di questo trend al ribasso, per tutti gli istituti di credito o quasi, c’è una generalizzata crisi dei salari e, conseguentemente, dei consumi. Negli Stati Uniti, impegnati in questi giorni con la campagna elettorale per le politiche, non si dimenticano le cifre diramate da colossi bancari come Morgan Stanley, Merrill Lynch, Goldman Sachs e Citigroup. I bilanci in rosso, ben superiori alle attese delle società di accounting, sono all’ordine del giorno e mostrano le imperfezioni dell’economia che è sempre stata il modello privilegiato per tutto il mondo.
Un grosso errore, quello dei tagli ai tassi interbancari della Fed, perché arrivato troppo in ritardo rispetto alle aspettative del mercato e perché in modo troppo brusco. Come cercare di non far colare a picco il Titanic aiutandosi con un secchio, anzi due. Il principio è proprio questo. Il taglio di dieci giorni fa, come avevo scritto in precedenza, non ha giovato ai mercati, dopo l’euforia iniziale. Ed anche questa volta sarà lo stesso, perché il peggio deve ancora manifestarsi. La reale esposizione ai derivati subprimes non si è ancora mostrata nella sua interezza ed i principali problemi sono l’incertezza ed il clima di sfiducia nei confronti dei mercati finanziari. Perfino i traders più scafati sono in condizioni di stallo, perché recepiscono che i mercati stanno agendo puramente secondo la logica dell’imprevedibilità. Premettendo che non si può prevedere con esattezza l’andamento di un mercato, è innegabile che non si possano fare logiche nemmeno di brevissimo termine. E per aver conferma di ciò, basta osservare le sedute quotidiane di Piazza Affari, da inizio anno ad oggi. Un’altalena unica, anche sulla scia del crack francese di SocGen. A tal proposito, sembra che le perdite provocate da Jerome Kerviel al terzo gruppo bancario transalpino siano di 1,7 miliardi di euro. La restante quota, per il raggiungimento dei 5,5 mld annunciati da Daniel Bouton, ceo di SocGen, derivano dalla chiusura di tutte le posizioni finanziarie aperte dal giovanotto Kerviel. Una domanda sorge spontanea: se avessero tenuto aperte le posizioni, la perdite sarebbero state lo stesso così ingenti da eliminare l’utile per il 2007?

L’economia mondiale ha la febbre. Si, perché non si spiega in altro modo il comportamento dei suoi operatori, letteralmente in preda alle visioni mistiche. Giunti a questo punto, c’è da sperare che Jean Claude Trichet, presidente della BCE, mantenga la calma e decida di non tagliare il tasso interbancario per l’Europa. Aveva avuto la possibilità di farlo un paio di mesi fa, quando il tempo era propizio, ma ora l’unica cosa da fare sembra quella di prepararsi ad assorbire l’urto. Che sarà anche forte, secondo le attese.

Fabrizio Goria

2 Responses to “La Fed taglia ancora”

  1. Caro fabrizio,
    credo anche io che il taglio dei tassi d’interesse da parte della FED arrivi troppo tardi. Daltronde oramai siamo all’inizio di una gravissima crisi che colpirà non solo l’intero settore finanziario ma anche l’economia mondiale e con essa, i soldi delle famiglie. Il problema è che, anche se tu abbassi i tassi per aiutare l’ìimprese a prendere a prestito, indebitandosi di meno, quest’ultime non sapranno più a chi offrire i propri prodotti. Negli Usa, come in Europa, il potere d’acquisto delle famiglie diminuisce sempre di più. Milioni di famiglie sono rimaste infangate e indebitate con il sistema intermediario, specialmente quello bancario. I soldi iniziano a scarseggiare e con essi la possibilità di fare acquisti. A questo punto mi viene spontaneo fare una riflessione: sono le banche che hanno speculato e si sono invischaite nelle concessioni di prestiti molto rischiosi. Hanno cercato,e ci sono riuscite, di vendere l’invendibile nei mercati finanziari internazionali creando una bolla speculativa enorme che ora è semplicemente scoppiata. L’importante è a questo punto salvare il salvabile. Bisogna difendere, e qui entro in vicende nazionali, la nostra fragile economia, attraverso detassazione e incentivo alla produttività, cosa che in minima parte il Governo Prodi aveva iniziato a fare; si deve puntare a difendere ed aumentare il potere d’acquisto delle famiglie attraverso sgravi ed un oculata politica di controllo dei prezzi. In fine le nostre autorità devono intervenire con provvedimenti normativi molto forti per fermare in questo momento le attività più rischiose delle banche. Lo so anche io che è meglio la concorrenza rispetto alla stabilità e che gli intermediari cercano sempre di aggirare le ristrettezze imposte dalle normative, ma in questo momento la crisi che ci si sta prospettando richiede stabilità .Il sistema italiano, tradizionalmente rivolto alla stabilità potrebbe quindi forse meglio sopportare l’ondata d’urto della crisi. Daltronde, a livello europeo, normative come la MIFID sembrano andare contro quanto affermato precedentemente.

  2. [...] La Fed taglia ancora di Fabrizio Goria [...]

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