La crescita economica è l’urgenza

Con la caduta del Governo Prodi, si sta aprendo una nuova pagina per l’Italia. Dopo 20 mesi in cui a farla da padrone è stato il carico fiscale, si può pensare a far ripartire il paese, sotto il profilo economico. Non è una possibilità, è un’urgenza.

Il mondo finanziario si sta rendendo conto solamente ora dell’enorme esposizione alla crisi estiva dei mutui subprime e si parla apertamente di recessione per il colosso dell’economia mondiale, gli Stati Uniti. Ne parlano Alan Greenspan, ex presidente della Federal Reserve, Ben Bernanke, attuale governatore della Fed e perfino George W. Bush, presidente Usa, ha adottato un piano da circa 150 miliardi di dollari per ripristinare la crescita economica nel paese, scesa sotto i livelli di guardia. Un campanello d’allarme per il nostro paese, letteralmente bloccato dalle promesse mai mantenute da Prodi e dalla sua coalizione, ormai arrivata al capolinea. Basti ricordare le promesse di non aumentare la pressione fiscale, di non tassare le rendite finanziarie, di alimentare tramite incentivi l’imprenditorialità, di combattere la precarietà che, secondo la sinistra più estrema, è sempre stato il male peggiore del nostro paese. Bene, nulla di tutto questo è stato compiuto ed ora, dopo 20 mesi dall’insediamento di Prodi, la crisi si è aperta su più fronti. In primis, quello dei consumi, calati oltre ogni immaginazione in alcuni settori (pane, pasta, ortaggi): l’urgenza è quella di porre dei controlli ben più serrati che la semplice istituzione di una figura come quella di Mr. Prezzi. Secondo fronte, quello della crescita economica, praticamente azzerata dopo i cinque anni di Governo Berlusconi il quale, in un clima di incertezza ed instabilità, dettato dal post undici settembre, ha saputo gestire in sicurezza il mercato interno. Non è un caso se tutti gli organismi internazionali, dal Fondo Monetario Internazionale all’OCSE, hanno affermato che il lustro gestito da Berlusconi è stato fondamentale per il galleggiamento italiano in anni complessi. Tutto questo è stato cancellato da Prodi, incapace sia di gestire la sua coalizione sia il mercato interno.
Attualmente l’Italia si trova in una fase di stagflazione, ovvero una situazione particolare in cui è presente un generale aumento dei prezzi (inflazione) abbinata con un rallentamento della crescita economica in termini reali (stagnazione). Se a questo aggiungiamo la crisi dei derivati che sta flagellando i mercati internazionali e che raggiungerà il suo culmine presumibilmente nel prossimo giugno, il dato di fatto che i salari sono fermi da almeno 5 anni ed un carico fiscale aumentato per tutte le fasce sociali, non ci possono essere indugi su quale sia la priorità per il nostro paese. Limitare al massimo gli sprechi amministrativi, creare una serie di politiche economiche capaci di farci passare indenni tutto il 2008 per poi rilanciarci dal prossimo anno. Come? Riducendo gli oneri fiscali per le imprese, alimentando i consumi finali, incentivando la creazione di nuove imprese, donando nuovamente potere d’acquisto alle famiglie. Qualcuno potrà obiettare che sono politiche economiche di stampo keynesiano e non prettamente liberiste come dovrebbe competere ad una compagine di centrodestra. A questi ricorderei che il buon Adam Smith fu il primo ad affermare che lo Stato deve saper rimediare alle imperfezioni che i mercati fanno emergere al loro interno. Dal momento in cui si scatena la falla (derivati subprimes), l’impianto statale deve essere in grado di far ripartire i mercati economici, risolvendo il problema di sistema. Peccato che, fino ad ora, in Italia tutto questo non sia stato possibile a causa delle imperizie di un governo che è riuscito in un solo intento, di quelli che si era istituito nel suo Programma.

Si, il Governo Prodi aveva come scopo quello di unire un paese diviso, colmo di rabbia, rancore, delusione, esasperazione. In effetti, dopo circa 20 mesi di operato, bisogna riconoscergli questo merito. Prodi ha unito l’Italia. Contro di se, però.

Fabrizio Goria

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