
Continua l’informazione riguardante il problema dei fondi sovrani. A seguito dell’articolo su L’Occidentale, a cura di Giovanni Vagnone e Francesco Galietti, si sono sollevate molte discussioni sull’argomento, certamente da non sottovalutare.
Come abbiamo visto, la crisi dei mutui subprime ha aperto le porte alla crisi di liquidità e di insolvenza per molte società, anche non appartenenti al settore immobiliare. Questo perché i prodotti derivati, strumenti finanziari il cui valore dipende dal titolo sottostante, comprendenti crediti ad alto rischio di inesigibilità, sono stati acquistati da banche e società quotate. Il motivo è molto semplice: la forte leva finanziaria e la possibilità di limitare al massimo i rischi. Come contropartita per la riduzione del rischio, c’è però la possibilità speculativa inversa, ovvero che le imprese che acquistano strumenti derivati perdano ben più dei soldi che hanno investito. Questo è, ad esempio, il caso dei futures, contratti che obbligano entrambi i sottoscrittori ad adempiere alle obbligazioni previste, al contrario delle opzioni (call e put) che forniscono, alla scadenza, una facoltà, un diritto, a vendere o comprare il titolo sottostante. Avendo ben chiaro il meccanismo di questo tipo di strumenti, possiamo collegarlo alla pratica della cartolarizzazione, una pratica con la quale posso cedere i crediti finanziari che vanto nei confronti di terzi, per monetizzare in modo veloce. I crediti che vendo vengono rimessi sul mercato ed acquistati dagli operatori. Tuttavia, il mercato non può garantire in modo totale dal rischio d’insolvenza dei debitori. Se questi non hanno i fondi per ripianare i loro debiti, il mercato può andare incontro ad una crisi sistemica, esattamente come quella dei mutui statunitensi. Questo per avere ben chiari alcuni atteggiamenti altamente speculativi mossi da banche e società di intermediazione mobiliare operanti sui mercati. La conseguenza per gli istituti di credito, a volte troppo indulgenti nel concedere mutui alle famiglie, per poi potersi rivalere su quelle insolventi pignorando le abitazioni messe a garanzia del finanziamento, è che i bilanci crollano, registrando perdite per miliardi di dollari.
Ma cosa c’entrano i fondi sovrani con questi meccanismi? Tralasciando il fondo norvegese, uno dei maggiori del mondo, ma con un tasso di differenziazione molto elevato, è fuori discussione che sia avvenuto un boom in seguito alla crisi subprime. Non per nulla, il governo cinese ha creato a settembre il China Investment Fund, titolare di 200 miliardi di dollari e capace di far gola a molte banche americane, sull’orlo della crisi di nervi per colpa di buchi, in un solo trimestre, di 24 miliardi di dollari. E sono proprio gli stessi istituti di credito che fanno preoccupare i mercati. Da Bruxelles arrivano due voci importanti, quella del commissario al mercato interno, Charlie Mccreevy e del responsabile degli affari economici, Joaquin Almunia, che i fondi sovrani «stanno svolgendo un ruolo importante in una fase di penuria di capitale». Peccato che si debba parlare di una sorta di protezionismo finanziario. Purtroppo, quando si parla di queste misure, il terreno è sempre molto delicato. Ma i pericoli sono dietro l’angolo, basti pensare all’influenza che potrebbe avere il governo cinese nell’asset di una banca d’affari. Da una parte, il Fondo Monetario Internazionale non ha abbastanza poteri per decidere di limitare l’intervento di fondi su un mercato. Dall’altra parte, Bruxelles (per l’Ue) dovrebbe avere la forza per poter legiferare in materia, impedendo l’acquisizione di posizioni dominanti all’interno dei mercati relativi, ad appannaggio di fondi sovrani esteri. Questo per evitare i problemi di governance di cui sopra. L’urgenza è quella di limitare la necessità delle società a far fronte ai loro debiti con la svendita ad investitori istituzionali che possono mettere in discussione la nazionalità della stessa.
Molti potrebbero controbattere affermando che se il mercato è libero, tale deve restare ed aggiustarsi di conseguenza. Ma si dimenticano che nel caso di imperfezioni, è compito della struttura governativa di rimediare, per evitare scompensi che possano far perdere il controllo delle società alle nazioni di appartenenza.
Fabrizio Goria