Fondi sovrani: il mostro è arrivato

Sovereign funds, o per dirla in italiano, fondi sovrani. Un nuovo pericolo è entrato nel mondo finanziario mondiale. Un pericolo che ha il colore giallo, ma anche rosso, rappresentato dalla Cina. La crisi subprime ha aperto le porte ad un mostro che sembra non fermarsi.
Un problema occulto, sollevato da Giovanni Vagnone e Francesco Galietti dalle colonne de L’Occidentale, che non deve passare inosservato ai più. Ma cosa sono i sovereign funds? Sono i fondi di investimento controllati in modo diretto dal governo di una nazione, attraverso il Ministero del Tesoro. Questi sono allocati in strumenti finanziari (azioni, obbligazioni, hedge funds, immobili, derivati) tramite i surplus fiscali o le riserve di valuta estera di proprietà delle nazioni emittenti dei sopraccitati fondi. In pratica, il funzionamento è come quello di un fondo di private equity. L’investitore, nel caso di fondi sovrani è lo stato che lo controlla, apporta nuovi capitali, o acquista quote di azionariato, in una società. La differenza sta nel fatto che il private equity punta ad inserirsi in società generalmente non quotate in borsa in forti difficoltà e, dopo il risanamento, disinveste il capitale iniziale. Un esempio emblematico è rappresentato da ciò che è avvenuto con Ducati Motor Holding e l’intervento del fondo Texas Pacific Group, che ha provveduto a riportare in auge, tramite il capitale versato, la casa motociclista. Bene, pensiamo ora al fondo sovrano, che punta ad acquisire posizioni rilevanti nella struttura di governance della società che prende di mira. Ma chi è capace di creare fondi statali per controllare società strategiche? I paesi che hanno creato questo tipo di investimento sono quelli che possono contare sulla presenza di materie prime sul loro territorio come Russia, Kuwait, Cina, Norvegia, Emirati Arabi Uniti ed Arabia Saudita. Ma sono presenti anche fondi di nazioni con un elevato avanzo fiscale, come Singapore, che ha creato il Temasek Fund. Quello che preoccupa, e che fanno notare gli autori dell’articolo di cui sopra, è la creazione, da parte del governo di Pechino, di un fondo sovrano cinese nello scorso settembre, il China Investment, con un patrimonio stimato di circa 200 miliardi di dollari. La creazione immediatamente successiva alla crisi dei mutui subprime che ha investito gli Stati Uniti e ha fatto (e sta facendo) crollare i bilanci delle principali banche d’affari mondiali, deve far riflettere non poco.
Vediamo nel dettaglio com’è stato utilizzato nei primi mesi il China Investment Fund: sono stati acquistati il 10% del fondo private equity Blackstone, a fronte di una spesa di 3 miliardi di dollari ed il 9,9% della banca d’affari Usa Morgan Stanley, fortemente indebitata dalla crisi sul mercato dei crediti inesigibili legati ai mutui statunitensi. Ma non basta, proprio nella giornata di oggi, il colosso statunitense Citigroup, a fronte di un onere di 24 miliardi di dollari, sta trattando con il governo cinese per far sì che ci sia un intervento di Pechino. Il debito non è altro che il frutto della presentazione del bilancio relativo al quarto trimestre, condizionato negativamente dall’esposizione ai mutui subprime. Ed ancora, non è solo la Cina che investe e letteralmente fa il bello ed il cattivo tempo con le banche americane. Infatti anche il Temasek di Singapore ha investito 5 miliardi di dollari in Merrill Lynch e 2 in Barclays, principale banca inglese. Anche l’Italia non è esente dalle razzie dei nuovi barbari finanziari, come dimostra il Mubadala Investments Fund, controllato dal governo degli Emirati Arabi Uniti, che ha acquistato da Mediobanca il 5% di Ferrari. Non per nulla, se osserviamo i simpatici cappellini di Massa e Raikkonen quando questi scendono in pista, troveremo il bel logo di Mubadala. Perfino la stessa Mediobanca sembra essere l’oggetto dei desideri di alcuni fondi sovrani, per testimoniare che nessuno sembra essere immune al pericolo. Ma quali sono i timori riguardanti l’invasione di questo tipo di investimento?
In primo luogo, il controllo delle società passa in mano a governi che contemplano poco il significato della parola democrazia, come il caso della Cina, nella quale i diritti umani non sono rispettati nella loro totalità, come dimostrano i molti esempi portati alla ribalta dalla stampa. Il pericolo maggiore è che, a forza di acquisizioni del 10%, si arrivi ad un controllo maggioritario dell’impresa in difficoltà, con tutte le conseguenze del caso. Si pensi anche solo per un istante all’influenza che potrebbe avere il governo di Pechino sul consiglio d’amministrazione di Morgan Stanley, di cui detiene il 9,9%, una cifra che può mettere in crisi la gestione autonoma della società. E si pensi anche alla politica d’investimento ed allocazione delle risorse della stessa banca: ogni decisione deve anche essere vagliata dal governo cinese. Questo perché non esiste ancora una legislazione che disciplini i sovereign funds in modo netto. Unione Europea e Stati Uniti non hanno avviato l’iter legislativo e stanno osservando impotenti il fenomeno della perdita del controllo sulle maggiori società. Non è un caso che i fondi sovrani siano stati distribuiti, in prevalenza, in banche d’affari o di gestione patrimoniale. Proprio su questo punto sorge il secondo pericolo che l’economia occidentale corre, quello di dover dipendere da altre nazioni. Si, perché il controllo del sistema bancario, e quindi delle politiche monetarie e di variazione dei tassi interbancari, è il fulcro dell’economia. Senza di quello, siamo destinati ad essere al pari della periferia di Pechino, finanziariamente parlando. Se osserviamo tutti i nomi che sono stati citati sopra, possiamo ben capire i pericoli che si corrono. Banche come Citigroup che, letteralmente, si offrono ai governi che gestiscono fondi sovrani per ripianare le perdite del default del mercato immobiliare. Questo perché i soldi fanno gola, eccome se la fanno, specie se non hai nemmeno più un quattrino.
I pericoli occulti esistono, non vanno sottovalutati e non devono essere bollati come una semplice fase di passaggio della sfera economica mondiale. No, perché la crisi della scorsa estate ha messo in luce tutti i limiti del sistema statunitense, ora ai limiti della recessione. Tutto il contrario dei paesi detentori dei fondi sovrani i quali, con il peso del petrolio o con quello di una crescita economica record, possono determinare le sorti delle imprese in crisi. Sta avvenendo una corsa verso il West, è il caso di dirlo. L’allievo supera il maestro ed ora lo controlla, in barba a diritti umani e democrazia. Abbiamo perso la nostra identità europea, stiamo perdendo il controllo sulle nostre banche e società, quanto ci vorrà perché saremo davvero soggiogati completamente?
Sta avvenendo qualcosa di drammatico e nessuno muove un dito, tranne Galietti e Vagnone che, con il loro articolo hanno portato a galla la decadenza del nostro sistema economico che, dopo anni di vacche grasse, sta vivendo il periodo più nero, anzi, rosso, come il colore del governo di Pechino.
Vedi anche: L’Occidentale, Sit Tibi Terra Levis
Fabrizio Goria