
Il governatore di Bankitalia, Mario Draghi, rifila un sonoro colpo al governo ed alle parti sociali. «I salari in Italia sono troppo bassi». Questo è il monito che giunge da Draghi. Un allarme che getta benzina sul fuoco sulle lacune di un esecutivo sempre più sul filo del rasoio.
All’apertura della 48esima Riunione Scientifica Annuale della Società Italiana Economisti, svoltasi presso l’aula magna della Facoltà di Economia dell’Università di Torino, il governatore non si è risparmiato nelle accuse contro governo, sindacati ed imprese. «Occorre che il reddito torni a crescere in modo stabile» ha detto Draghi, che anche ha fatto presente come «nel confronto internazionale, i livelli retributivi sono in Italia più bassi che negli altri principali paesi dell’Unione europea. Secondo i dati Eurostat relativi alle imprese dell’industria e dei servizi privati nel 2001-2002 la retribuzione media oraria era, a parità di potere d’acquisto, di 11 euro in Italia, tra il 30% e il 40% inferiore ai valori di Francia, Germania e Regno Unito». E fa oltremodo notare come questo indice non sia proporzionalmente cresciuto da quando Prodi è salito al governo, come sostenere che la famosa equità che da sempre è stata il fulcro del pensiero progressista e comunista, non è stata nemmeno presa in considerazione nell’attuale legislatura. Ma il Draghi-pensiero non termina e va oltre, toccando il tema dei giovani e del precariato, alla luce delle recenti manifestazioni come quella del 20 ottobre scorso. «Una ripresa della crescita del consumo - ha spiegato - è fondamentale per il benessere generale, per la crescita del prodotto, per la stabilità finanziaria. Destinatari e protagonisti di questo processo sono i giovani lavoratori italiani e chi si appresta ad iniziare la propria vita lavorativa». I giovani, sostiene Draghi, potrebbero comprimere la loro propensione al consumo in ragione «di un reddito permanente atteso più basso che in passato» e della «discontinuità della vita lavorativa». Come affermare che un giovane precario consuma meno sul mercato economico. Niente di nuovo, certo, ma il pensiero che sia il governatore di Bankitalia a richiedere maggiori tutele verso i più giovani deve far riflettere. Draghi passa poi in rassegna i paesi nei quali precariato non fa rima con flessibilità, come Regno Unito e Germania, nazioni in cui il costo del lavoro interinale o a progetto non grava esclusivamente sulle spalle dei giovani, ma grazie ad un comparto di ammortizzatori sociali efficaci. Quello che manca in Italia, a causa delle ritrosie dei sindacati, arroccati su posizioni anacronistiche fino all’inverosimile ed ostaggio di un pensiero fermo all’epoca di Lenin.
Ciò che giunge al governo Prodi ed al ministro dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, è una stoccata pesantissima. Come dire che la via per la ripresa economica la conosciamo alla perfezione, ma non siamo in grado di attuarla per colpa delle divisioni interne che logorano il paese e minano il sistema. La tanto sperata ripresa si può attuare solo con misure mirate alle imprese, al settore previdenziale ed a quello lavorativo. Se un errore si è commesso in passato, è stato quello di permettere che la Legge 30, la celeberrima e discussa Legge Biagi, venisse strumentalizzata a spada tratta dalle aree massimaliste della sinistra, con la conseguenza che la flessibilità ha preso il nome di precariato. Si pensi al sistema economico anglosassone, in cui la vita lavorativa media non si limita a tre o quattro posti di lavoro, generalmente a tempo indeterminato. Esiste una cultura diversa, più propensa al rischio, com’è giusto che sia nel mondo economico. Il lavoratore non si considera solo come parte di un sistema, ma si sente in primis imprenditore di se stesso. Fino a che non ci saranno forti cambiamenti di cultura e nemmeno le incentivazioni necessarie a supportare le imprese italiane, specialmente in un periodo storico come questo (si pensi al cambio euro-dollaro), la ripresa economica non potrà trovare spazio nel nostro paese.
L’allarme di Draghi è sottile, pacato, ma incisivo. Proprio come il personaggio che lo esprime. Tutto il contrario di quel carrozzone che è divenuto il governo. Il pensiero deve essere quello di remare tutti insieme, nella stessa direzione, ma non è stato recepito ancora da alcun membro di un esecutivo che sta portando con sé, nel baratro, anche molti italiani.
Da Ragionpolitica.it del 27 Ottobre 2007