Dopo aver resistito ad un cancro al pancreas ed al recente trapianto di fegato, il fondatore di Apple, Steve Jobs, tornerà alla guida della società entro i prossimi due mesi. Lo conferma il Wall Street Journal, ricordando il ruolo chiave dei manager all’interno del mondo imprenditoriale, anche sotto il profilo delle aspettative della clientela, ormai abituata alla figura del numero uno di Apple. Infatti, dall’inizio della crisi economica sono sempre più gli esempi di management in cui spicca la virtù del singolo, piuttosto che quella del team.
Nel 1977 Alfred DuPont Chandler Jr, docente di Storia economica all’Harvard Business School (HBS) morto nel 2007, pubblica un tomo di 784 pagine intitolato “The visibile hand”, portato in Italia da Franco Amatori, professore corrispettivo di Chandler dell’Università Bocconi. Per il New York Times, il libro è un elemento imprescindibile per la formazione di qualsiasi economista, dato che vengono analizzati i vari modelli di sviluppo manageriale lungo il percorso innovativo dell’impresa statunitense. Ma il merito maggiore di Chandler è quello di superare il pensiero di Adam Smith e della sua mano invisibile, per testimoniare come l’avventura imprenditoriale sia in realtà il frutto, ragionato e calcolato, del singolo e non di un equilibrio spontaneo dei fattori economici. L’impresa, spiega lo storico americano, è «un’istituzione complessa, fondata su una struttura gerarchica che, necessariamente, per essere valida deve essere guidata da una persona sola, un simbolo». E proprio questo ruolo, quello della guida carismatica, ha ripreso potere perché, ricorda il WSJ, «l’uomo crea il modello di gestione, non il contrario, come ci hanno spiegato per oltre 40 anni». Da Henry Ford a Frederick Taylor, passando per John D. Rockfeller, Alfred Sloan (General Motors) e Jack Welch (General Electric), gli Stati Uniti hanno prodotto il maggiore numero di casi imprenditoriali in cui la figura predominante era una sola, capace di rappresentare non solo se stesso come uomo d’impresa, ma l’intera società.
Steve Jobs è forse il più popolare degli uomini guida delle società, dato che gli esempi di commistione totale fra impresa, persona e marchio sono svariati. In Italia abbiamo Sergio Marchionne, amministratore delegato Fiat, che dal quotidiano britannico Financial Times è stato definito un “superhero” nell’ambito dei processi di consolidamento che hanno visto protagonista il gruppo torinese negli ultimi mesi. In maniera minore, la conferma delle tesi di Chandler è rappresentata da Geox, marchio di calzature veneto. Il suo fondatore ed amministratore, Mario Moretti Polegato, è stato totalmente identificato con la sua società, che il suo titolo in Borsa risentirebbe troppo di una sua dipartita, spiega Nicola Negri, docente di Sociologia economia all’Università di Torino. Negri afferma che «la credibilità di una società si verifica anche grazie ai suoi simboli, con una parabola di attenzione degli investitori paragonabile a quella del tifo calcistico».
Guardando all’estero, gli esempi di singoli alla guida di imprese sono svariati, ma il più significativo è quello di Bill Gates, patron di Microsoft fino alla decisione di dedicarsi esclusivamente alla filantropia. Tuttavia, per oltre quarant’anni, fino all’inizio degli anni Novanta, il metodo imprenditoriale considerato più efficiente era quello di squadre ad alto potenziale. Pochi giocatori, preparati nelle migliori business school del pianeta, con una specializzazione quasi estrema: in tal modo, ogni processo decisionale sorgeva da un calcolo costi-benefici del singolo componente del team. Giuseppe Bonazzi, ordinario di Sociologia dell’organizzazione a Torino, spiega che «questa visione può cambiare in determinati frangenti». Bonazzi parla della crisi in atto, che ha «rivoluzionato il management delle imprese, data la forte componente psicologica che sta agendo sui lavoratori: più essi vedono nero, più sono demotivati, più hanno bisogno di una figura di riferimento». Ecco quindi che muta il ruolo dell’amministratore delegato: da coordinatore ad elemento unico del controllo aziendale. Tale tendenza, riconosciuta anche nel numero di maggio della rivista Harvard Business Review, capovolge il flusso d’informazioni industriali. Se prima della crisi le informazioni erano convogliate verso l’amministratore delegato, che in concertazione con il suo team decideva le mosse, ora le informazioni vanno dall’alto verso il basso, forti della carica motivazionale che il «top manager-guru» – così lo definisce la rivista scientifica – riesce a fornire. Sloan spiega che quest’ultimo metodo, basato sull’organizzazione funzionale centralizzata, ha maggiori vantaggi rispetto al primo, l’organizzazione multi-divisionale in centri di profitto autonomi. Si crea meno azzardo morale, dato che l’amministratore delegato carismatico riesce a veicolare il messaggio che il compito che spetta al suo diretto sottoposto è sia gratificante personalmente sia imprenditorialmente. In un’organizzazione multipla, invece, il manager è incentivato a truccare sui propri profitti, dato che il cappello di controllo è limitato al risultato finale, non al processo completo.
Bonazzi parla della tendenza in atto come di «un’evoluzione comportamentale classica nei periodi di crisi». Infatti, osservando la storia economica degli Stati Uniti, sono molte le similitudini di questa recessione con quella post 1929. Giuseppe Bracco, docente di Storia economica a Torino, afferma che questi sono «cambiamenti tutto sommato prevedibili. E’ inutile essere stupiti, visto che la gente non sa più a chi aggrapparsi, se non a queste figure quasi mitizzate». Bracco spiega anche che «il ruolo dei mezzi d’informazione spinge in questa direzione, aumentando la visibilità degli esempi d’impresa più virtuosi».
Sull’influenza psicologica ha scritto anche Business Week, che ha spiegato come la recessione abbia determinato una «selezionale naturale a favore delle imprese con capi carismatici», perché questi riescono «a far comprendere che la società è in salute anche quando non lo è, confermando i timori che il modello del manager-guru potesse creare delle piccole distorsioni». Il riferimento è verso Richard Fuld, ex numero uno di Lehman Brothers, colpevole di aver nascosto gli azionisti la reale esposizione della banca nei confronti dei subprime, anche poche ore prima della dichiarazione di fallimento. Il settimanale economico statunitense coglie nel segno, ma si dimentica di citare tutti gli altri esempi di questo cambiamento di tendenza, una delle vere riforme sorte dalla recessione.
Da Il Riformista del 21 Giugno 2009
Gli Stati Uniti stanno vivendo un altro esempio di greed, avidità finanziaria, dopo quello dell’ex presidente del Nasdaq, Bernard Madoff, colpevole di una truffa da 50 miliardi di dollari. Si è costituito all’FBI il finanziere texano Robert Allen Stanford, dichiaratosi colpevole di una frode che rischia di provocare più danni di quella architettata da Madoff.
La Securities and Exchange Commission (Sec), l’ente di vigilanza della Borsa, indagava su Stanford da febbraio, dopo la scoperta di fitti movimenti finanziari da e verso Antigua, piccola isola dei Caraibi. Infatti, in mezzo alle palme ed al riparo dagli occhi indiscreti dei finanzieri, il miliardario texano aveva creato la Stanford International Bank. Questo piccolo istituto di credito aveva un’ottima clientela – tutti i nomi sono nelle mani degli inquirenti – che era stata attratta da «certificati di deposito con improbabili e insostenibilmente alti tassi d’interesse», spiega la Sec. Nel complesso, il giro d’affari è stimato in 8 miliardi di dollari, poco in confronto a Madoff, molto osservando i sottoscrittori dei prodotti. Tante le filiali della banca nel Sud America: escludendo Argentina e Brasile, tutte le altre nazioni hanno succursali. A fronte dell’indagine americana il Venezuela ha commissariato le sedi di Stanford Bank, mentre in Equador e Perù è stata sospesa ogni operazione finanziaria del gruppo. Solo in Messico e Colombia non si conosce la reale esposizione alla frode, poichè non è ancora stato possibile accedere ai files dei conti correnti. Tuttavia, con la notizia della resa del finanziere è partita una corsa agli sportelli delle filiali per ritirare i depositi, tanto che nelle 24 ore sono stati ritirati oltre 26,5 milioni di dollari nella sola Caracas. Il direttore della Superintendencia Nacional de Bancos del Venezuela, Edgar Hernandez, ha spiegato che «molti venezuelani hanno effettuato operazioni con la Stanford Bank Antigua, per almeno 2,5 miliardi di dollari». La paura, continua Hernandez, è che «questa truffa possa mettere in ginocchio anche gli asset governativi, dato che alcuni strumenti finanziari di Stanford sono in mano allo stato». Discorso analogo per tutti gli altri paesi coinvolti. Il ministro dell’Economia venezuelano, Alì Rodriguez, ha parlato di «dramma finanziario».
Alla base della truffa, c’è lo stesso «schema di Ponzi» utilizzato da Madoff, un modello d’investimento piramidale che tramite il passaparola promette un’elevata leva finanziaria. Dopo l’entrata del cliente nel sistema con una somma ingente, il truffatore promette remunerazioni anche del 150 per cento nell’arco di pochi mesi. Viene poi elargito un anticipo degli interessi maturati che, unito allo spirito di emulazione dell’investitore-tipo, spinge nuovi soggetti ad entrare nel fondo. Tal schema è perpetrabile per tempi non superiori ai tre anni, periodo dopo cui la credibilità del truffatore inizia a vacillare.
Per attirare gli investitori, Stanford contava su amicizie importanti e nomi di prestigio per i propri dipendenti, come Franco Moccia, già presidente di Citibank Colombia e direttore esecutivo di Stanford Financial Group Latin America. Se per Madoff i maggiori clienti erano privati, per il texano erano fondi pubblici. Secondo le prove documentali della Sec, l’80 per cento degli asset della banca sono in mano ad investitori statali. Ma il timore è che nei faldoni dei libri contabili dello studio Cas Hewlett & Co, revisore di Stanford Bank, vi siano altre sorprese. Il regime di scudo fiscale di Antigua, infatti, è totale e solo sotto la tutela di una mandato internazionale l’FBI può verificare l’entità della frode. E questo significa almeno altri cinque giorni di libertà di transazioni per la società.
Dopo la riforma del sistema finanziario varata dal presidente Usa Barack Obama in questa settimana, il fermo di Stanford rappresenta il primo passo del giro di vite sulla finanza senza scrupoli. Lo afferma il Wall Street Journal, che però ricorda anche che il percorso verso la normalizzazione del sistema non può avvenire solo con «operazioni sfacciatamente simboliche», ma c’è bisogno di maggiore informazione sui rischi degli investimenti.
Da Il Riformista del 20 Giugno 2009
Sono sempre maggiori le opinioni degli organismi internazionali che son concordi nel dire che la ripresa economica comincia a vedersi. Il Fondo monetario internazionale, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, il Tesoro italiano: per i più il momento peggiore della crisi è passato. Unica eccezione, l’Organizzazione mondiale del commercio (Wto).
Da Parigi il direttore generale del Wto, Pascal Lamy, ha avvertito i governi mondiali: «Non posso condividere gli ottimismi di tutti perché dal punto di vista degli scambi mondiali al momento non vedo segnali positivi, anzi». Parole, queste, che cancellano parte di quanto affermato dagli organi statistici europei negli ultimi 20 giorni, Istat in primis, dopo l’arrivo dei dati economici di aprile e maggio. Dice Lamy che «se si osservano i dati sulla bilancia commerciale di Cina e India, non c’è nulla che indichi che non siamo nel mezzo di una crisi». E conclude ricordando che «le conseguenze della recessione globale debbano ancora manifestarsi completamente».
Si confermano, quindi, le difficoltà per il commercio estero mondiale. Lamy ha ribadito l’outlook negativo per il 2009, in cui i volumi delle transazioni internazionali saranno in contrazione del 9 per cento rispetto al 2008, vale a dire ritornare ai livelli di sette anni fa. L’Italia non è da esente, dato che l’Istat ha registrato nel primo trimestre del 2009 una flessione del valore delle esportazioni, meno 22,8 per cento su base annua, fra le più elevate dei paesi aderenti all’Euro. La prima economia al mondo, gli Stati Uniti, ha visto in aprile salire il proprio deficit della bilancia commerciale crescere del 2,2 per cento, passando dai 28,53 del mese precedente a 29,16 miliardi di dollari. Anche il Regno Unito, storicamente una delle nazioni con il più alto tasso di commercio estero rispetto al Pil, comincia a pagare lo scotto della crisi: in aprile il deficit della bilancia è salito a 7 miliardi di sterline dai 6,5 miliardi di marzo, con un aumento dell’8,7 per cento. Pesante il riscontro dei paesi asiatici. In aprile, il mese migliore da un anno, il Giappone ha visto l’export diminuire del 39,1 per cento sul 2008 e l’import decrescere del 35,8 per cento nello stesso intervallo temporale. La stima degli analisti di Mitsubishi UFJ Financial, presentata in marzo, vedeva una contrazione più sostenuta, ma i dati sono migliorati di pochi decimali grazie all’industria dell’elettronica di consumo.
Di positivo c’è la presenza di una piccola ripresa dell’attività economica in Europa. Infatti, a distanza di quasi un anno, nel marzo scorso è tornata positiva la bilancia commerciale dell’Eurozona. Nonostante una stima pessimista di Eurostat in gennaio, il saldo ha evidenziato un surplus di 400 milioni di euro. Negative, invece le notizie che arrivano dal deficit del commercio estero, in crescita a 10,5 miliardi di euro. A pesare, anche le esportazioni, crollate del 17 per cento su anno a 108,0 miliardi di euro, e le importazioni, contratte del 18 per cento a 107,6 miliardi, emerge dalle cifre Eurostat.
Ma i timori, per il numero uno del Wto, arrivano dai paesi emergenti. Solo in aprile, sono peggiorate le stime degli analisti riguardo il commercio estero della Cina. L’agenzia ufficiale Xinhua, che cita fonti dell’Amministrazione doganale di Pechino, ha reso noto che l’export è diminuito del 22,6 per cento e l’import del 23 per cento. Considerando l’importanza che svolge la Cina nell’economia internazionale, il suo rendimento sta penalizzando le altre nazioni. Gli Stati Uniti hanno, secondo il National Bureau of Economic Research, un enorme gap nei confronti di Pechino. Alberto Bisin, economista della New York University, su La Stampa del 3 giugno scorso ha spiegato che «a partire dal 2000 l’economia cinese ha prodotto enormi e crescenti avanzi di bilancia commerciale, cioè ha esportato beni più di quanti ne abbia importati, per un valore che il Fmi stima in circa 440 miliardi di dollari nel 2008». Ciò significa che la ricerca dell’equilibrio è ancora lontana. In America il segretario del Tesoro, Tim Geithner, ha chiesto alla Cina di praticare un apprezzamento dello yuan al fine di permettere una ripresa del commercio estero, ipotesi avallata anche dal premio Nobel per l’economia Paul Krugman. Tutto ciò senza dimenticare che in una situazione analoga a quella cinese c’è anche l’India.
Il rischio, secondo Bisin e Lamy, è quello di una stagnazione ben più maligna della recessione. Infatti, sono nove mesi che dal Wto giungono allarmi inerenti lo squilibrio del commercio estero. E’ vero che a livello di produzione industriale dei singoli paesi, nell’ultimo mese, si sono visti dei progressi, ma le valutazioni sulla ripresa economica non posso esimersi dal considerare anche il contesto in cui si agisce. Ne è convinto Robert J. Samuelson, editorialista di Newsweek, che nel suo ultimo articolo ha ricordato che «nell’analisi di questa crisi, troppi hanno dimenticato cosa è la globalizzazione economica».
Da Il Riformista del 13 Giugno 2009
Le Fondazioni bancarie italiane si dichiarano disposte a fare sacrifici nel breve periodo, al fine di superare l’attuale fase di crisi economica. Questo è uno dei punti di rilievo del ventunesimo congresso dell’Associazione delle casse di risparmio (Acri), chiusosi ieri a Siena. Non manca però una richiesta precisa nei confronti del governo: la revisione del trattamento tributario delle Fondazioni.
Il presidente dell’Acri, Giuseppe Guzzetti, ha spiegato alla platea il ruolo che le fondazioni giocheranno nella fase pre-ripresa da una crisi che si è rivelata più ostica del previsto, nonostante la solidità del sistema bancario italiano, sancita anche dell’ultima ricerca R&S Mediobanca. Gli obiettivi finali non verranno meno, afferma Guzzetti, anche se si potrebbe fare di più: «Un differente regime fiscale ci permetterebbe di avere mezzi adeguati a finanziare le attività filantropiche, quello attuale non valorizza il nostro ruolo sussidiario» Inoltre, solo con una riduzione delle aliquote, conclude il presidente dell’Acri, le Fondazioni potranno «svolgere il proprio compito di preziosa infrastruttura immateriale di un sistema economico e sociale pluralistico». Dalla parte delle banche c’è un elemento importante: tutte gli istituti che hanno avuto bilanci in attivo hanno elargito i dividendi promessi. Il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, non ha replicato, ma l’impressione dei banchieri è che questo sia un segnale positivo, anche perché il congresso di Siena è stato all’insegna della riflessione e della collaborazione.
Infatti, l’Acri ha preso due decisioni in merito alla presenza nella Cassa depositi e prestiti (Cdp). In primis, sarà posticipato di tre anni il programma di conversione delle azioni privilegiate, detenute dalle fondazioni, in ordinarie. Tale provvedimento giunge dopo l’oggettiva difficoltà di determinazione del valore della Cdp, a causa del perdurare dell’eccessiva volatilità dei mercati. La scelta presa permette al governo di riequilibrare i valori della Cassa sui parametri di mercato, deterioratisi dopo l’avvio della crisi finanziaria e la svalutazione dei titoli. Il presidente di Cdp, Franco Bassanini, ha specificato un’altra ragione per il rinvio del giudizio di merito sul portafoglio in questione: «Il consiglio approverà prima dell’estate il piano industriale che determinerà conseguenze sull’attività della cassa e un consolidamento nel tempo di questo consentirà una più adeguata stima». Sulla tempistica, non si esclude a priori che la conversione avvenga oltre il 2012. Bassanini afferma che «l’operazione si farà quando si potrà avere un prezzo ordinato e affidabile, senza fluttuazioni improvvise».
La seconda decisione di apertura delle Fondazioni verso il Tesoro è l’abbandono del diritto al dividendo garantito, sancito dallo status di azionisti privilegiati secondo lo statuto della Cassa. L’Acri, spiega Guzzetti, «rinuncia alla garanzia di avere il 3 per cento sopra l’inflazione, ma rimarrà il solo privilegio di essere remunerati prima del restante 70 per cento del capitale». La notizia è stata commentata anche dal presidente di Monte Paschi Siena, Giuseppe Mussari, che ha ricordato come «le fondazioni continuino ad essere azionisti importanti del sistema bancario italiano». Non è mancato, infatti, l’apporto delle Fondazioni al mercato, sotto forma di liquidità. Nonostante la contrazione dei profitti settoriali nel 2008, meno 34 per cento, le erogazioni sono rimaste inalterate, secondo l’analisi dei bilanci dell’ultimo anno delle 16 maggiori entità d’origine bancaria, capaci di contare su un patrimonio pari al 74 per cento dell’intero sistema.
Rinviato, invece, l’ingresso delle Fondazioni nel capitale di Banca d’Italia. Dopo l’apertura del suo direttore generale, Fabrizio Saccomanni, è arrivata la replica di Guzzetti: «Se ci offrono quote siamo onorati, ma vogliamo sapere a che prezzo e qual è il rendimento previsto».
Da Il Riformista del 12 Giugno 2009
L’intesa fra Fiat e Chrysler è stata perfezionata ufficialmente, ma il rischio di una frenata è stato elevato. La formalizzazione arriva dopo una dura battaglia di nervi fra la Casa Bianca, la Corte Suprema e Chrysler, a causa del ricorso dei tre fondi pensione dell’Indiana. L’ultimo tentativo di fermare la vendita del gruppo si è infranto però contro un vizio di forma presente nei documenti dell’atto presentato dall’avvocato Thomas Lauria.
Il giudice Ruth Bader Ginsburg, uno dei nove membri della Corte Suprema, alla fine ha considerato «incomplete e inadeguate» le richieste dei fondi Indiana State Police Pension Fund, Indiana Teacher’s Retirement Fund e Major Moves Construction Fund. La motivazione, contenuta in una nota non firmata, spiega che «i promotori del ricorso che cercava di bloccare l’accordo tra Fiat e Chrysler non hanno risposto all’obbligo di portare l’onere di dimostrare che la Corte Suprema doveva esercitare il proprio potere discrezionale e sospendere la vendita della casa di Detroit». Ciò che mancava erano le fattispecie dell’incostituzionalità della bancarotta. Il legale dei creditori minori ha cercato fino all’ultimo di rinviare il giudizio finale del giudice fallimentare che curava l’udienza, Arthur Gonzales. In realtà, il suo stratagemma era facilmente superabile dall’Alta Corte, anche nel caso fossero stati presenti i requisiti minimi richiesti per l’appello. Come spiega David Skeel, docente di legge all’Università della Pennsylvania, la Corte Suprema «ha fatto l’unica cosa ragionevole, poiché sarebbe stato troppo oneroso rimandare la questione, anche se si sarebbe potuto evitare questo passaggio chiedendo una moratoria per cause di straordinaria urgenza fallimentare». Infatti, fino ad oggi le spese legali per il fallimento di Chrysler hanno raggiunto quota 2,5 milioni di dollari. Anche per tal ragione, la Casa Bianca ha spinto per una bocciatura del ricorso dei tre fondi. Attualmente, la società perde 100 milioni di dollari ogni giorno e solo con la firma definitiva dell’intesa con Fiat si sarebbero sbloccati i due miliardi di dollari governativi, utili per la gestione ordinaria del costruttore di Auburn Hills.
Dopo l’esortazione del governo, però, è arrivata anche una telefonata, direttamente al giudice Bader Ginsburg. Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, informato della reticenza dell’avvocato Lauria a ritirare il ricorso, ha chiamato nella notte l’ufficio del giudice per chiedere di accelerare la vicenda ed evitare il giudizio collegiale. Se la Bader Ginsburg avesse scelto di demandare a tutta l’Alta Corte la sentenza di costituzionalità, probabilmente Obama avrebbe incontrato altre difficoltà. Questo a causa della presenza preponderante di giudici di area repubblicana, sei su nove, nella Corte Suprema. In realtà, la presentazione del ricorso di Lauria aveva già destato scalpore nel mondo giurisprudenziale americano. Marc Roe, docente di legge ad Harvard, ha definito quello dei fondi pensione dell’Indiana come «un atto pretestuoso e senza reali fondamenti». Il motivo è che i legali dei creditori minori contestavano la costituzionalità del paragrafo 507 del Chapter 11 del codice fallimentare statunitense, quello inerente la prorità nella liquidazione dei creditori. Inizialmente, solo il giudice conservatore Antonin Scalia aveva espresso un comportamento di apertura verso i tre fondi dissidenti, tutto è cambiato quando è arrivato il fascicolo completo del ricorso. Nessuno dei giudici della Corte Suprema, dopo aver letto le motivazioni dell’avvocato Lauria, ha voluto portare avanti il procedimento. L’unanimità, sancita dalla nota congiunta e non firmata, ha permesso a Chrysler di ottenere il lasciapassare per la cessione degli asset migliori a Fiat.
In compenso, il Partito Repubblicano non ha perso occasione di criticare l’operato di Obama, nonostante la decisione dell’Alta corte, anche senza pressioni della Casa Bianca, sarebbe stata identica. Come spiega anche Martin Bienenstock, consulente fallimentare di Chrysler, la mossa dei tre fondi «mirava ad una decisione collegiale, che avrebbe penalizzato Obama». Bienenstock afferma però che «il ricorso sulle priorità era assolutamente inaccoglibile», per via dell’oggettiva visione comune che la giurisprudenza americana ha nella disciplina della materia. Con l’impugnazione da parte di quattro giudici su nove, Obama avrebbe rischiato di veder saltare l’affare Chrysler, ma non solo. Si sarebbe aperta una battaglia con la magistratura, subito dopo l’elezione di Sonia Sotomayor alla Corte Suprema, già boicottata dai repubblicani.
Da Il Riformista del 12 Giugno 2009